Pianeta Scuola: Critica agli insegnanti e problemi veri che tormentano l’istituzione

Pianeta Scuola: Critica agli insegnanti e problemi veri che tormentano l’istituzione

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Da più di un anno si parla tanto di scuola e la pandemia non ha fatto altro che aumentarne le criticità.
Tanti dello spettacolo, della politica, dello sport, che spesso sentiamo balbettare e cinguettare sui social media, con saccenteria e anche arroganza manifestare il loro astio contro la scuola specie quella pubblica e contro gli insegnanti.
Contro chi, per anni, si è prodigato nello svolgimento di un’attività difficile ed ingrata mantenendo in vita un sistema purtroppo incancrenito.
Ma questa gente che continua a disprezzare la categoria si è mai concretamente misurata con i problemi veri che la tormentano? Ha mai esperito il significato vero dell’essere insegnante?
È mai entrato in una scuola…?
Resta comunque il dubbio che costoro, dall’alto della loro noiosa e ostentata erudizione, e perché no ignoranza per essere più precisi, siano effettivamente in grado di calarsi nel mondo della scuola, affiancare e sostenere i giovani nei loro bisogni educativi, farsi interpreti delle loro ansie e delle loro debolezze, sollecitare il loro interesse verso la disciplina anche quando l’interesse, come in questi tempi di pandemia, è sopraffatto dalla stanchezza, sopito da un incontenibile e inappagato desiderio di libertà e di contatto umano.
Questo significa essere insegnanti, dare dignità alla vera scuola dell’inclusione e in questo le donne e gli uomini che ricoprono questo delicato ruolo hanno svolto e svolgono egregiamente il loro compito. Non riconoscerlo e non voler dare credito e continuità a tutto questo, significa andare contro ogni principio di moralità e di democrazia; significa calpestare i loro diritti e la loro dignità arrogandosi il privilegio di parlare, giudicare, agire senza cognizione di causa.
E poi ci sono i precari: tutto un mondo di lavoratori preparati professionalmente, con lauree, master e specializzazioni, che chiedono la sospirata stabilizzazione, chiedono di legittimare un’anomalia e non attraverso quella che, nell’uso improprio, viene definita sanatoria. Ciò che i precari della scuola pubblica vogliono è il riconoscimento di una competenza acquisita sul campo e di un diritto al lavoro sancito dalla Costituzione. La mancata legittimazione di tale diritto costituisce motivo di risentimento che il mondo del precariato e della scuola in generale, può e deve manifestare con determinazione, con e senza il sostegno delle forze sindacali.
Si continua a parlare di concorsi pubblici, ma non si dice a quale tipo di concorso dovrebbe partecipare un precario che ha insegnato per dieci, quindici o venti anni e, soprattutto, da chi dovrebbe essere giudicato per avere accesso definitivo al mondo della scuola. D’altro canto qualcuno è in grado di dimostrare, onestamente e razionalmente, che in Italia i concorsi pubblici sono serviti storicamente a selezionare il merito? O c’è chi è convinto che i docenti della scuola pubblica possano costituire un’eccezione?
Quello che ci auguriamo è che alla fine il buonsenso prevalga sulle beghe personali e di partito e che a decidere sulle questioni importanti siano le persone competenti e non coloro che improvvisano e che dall’oggi al domani e senza esperienza pregressa, si sono ritrovati a capo di uffici ministeriali e all’apice della carriera politica. Confidiamo pertanto nel buon senso di tutti, di chi ci rappresenta a livello istituzionale e delle molteplici forze in campo, in modo da operare la tanto sospirata inversione di rotta, affinché la grande nave della scuola guidata dal Ministero di Viale Trastevere riprenda la sua operosa rotta, navighi su acque tranquille dove lo studio e il merito siano i punti cardine e non vada a sbattere contro l’iceberg della presunzione, della dubbia moralità, della incultura.

Da troppo tempo sotto i riflettori
CHI CRITICA GLI INSEGNANTI SI È MAI MISURATO CON I PROBLEMI VERI CHE TORMENTANO IL MONDO DELLA SCUOLA?
Da più di un anno si parla tanto di scuola e la pandemia non ha fatto altro che aumentarne le criticità.
Tanti dello spettacolo, della politica, dello sport, che spesso sentiamo balbettare e cinguettare sui social media, con saccenteria e anche arroganza manifestare il loro astio contro la scuola specie quella pubblica e contro gli insegnanti.
Contro chi, per anni, si è prodigato nello svolgimento di un’attività difficile ed ingrata mantenendo in vita un sistema purtroppo incancrenito.
Ma questa gente che continua a disprezzare la categoria si è mai concretamente misurata con i problemi veri che la tormentano? Ha mai esperito il significato vero dell’essere insegnante?
È mai entrato in una scuola…?
Resta comunque il dubbio che costoro, dall’alto della loro noiosa e ostentata erudizione, e perché no ignoranza per essere più precisi, siano effettivamente in grado di calarsi nel mondo della scuola, affiancare e sostenere i giovani nei loro bisogni educativi, farsi interpreti delle loro ansie e delle loro debolezze, sollecitare il loro interesse verso la disciplina anche quando l’interesse, come in questi tempi di pandemia, è sopraffatto dalla stanchezza, sopito da un incontenibile e inappagato desiderio di libertà e di contatto umano.
Questo significa essere insegnanti, dare dignità alla vera scuola dell’inclusione e in questo le donne e gli uomini che ricoprono questo delicato ruolo hanno svolto e svolgono egregiamente il loro compito. Non riconoscerlo e non voler dare credito e continuità a tutto questo, significa andare contro ogni principio di moralità e di democrazia; significa calpestare i loro diritti e la loro dignità arrogandosi il privilegio di parlare, giudicare, agire senza cognizione di causa.
E poi ci sono i precari: tutto un mondo di lavoratori preparati professionalmente, con lauree, master e specializzazioni, che chiedono la sospirata stabilizzazione, chiedono di legittimare un’anomalia e non attraverso quella che, nell’uso improprio, viene definita sanatoria. Ciò che i precari della scuola pubblica vogliono è il riconoscimento di una competenza acquisita sul campo e di un diritto al lavoro sancito dalla Costituzione. La mancata legittimazione di tale diritto costituisce motivo di risentimento che il mondo del precariato e della scuola in generale, può e deve manifestare con determinazione, con e senza il sostegno delle forze sindacali.
Si continua a parlare di concorsi pubblici, ma non si dice a quale tipo di concorso dovrebbe partecipare un precario che ha insegnato per dieci, quindici o venti anni e, soprattutto, da chi dovrebbe essere giudicato per avere accesso definitivo al mondo della scuola. D’altro canto qualcuno è in grado di dimostrare, onestamente e razionalmente, che in Italia i concorsi pubblici sono serviti storicamente a selezionare il merito? O c’è chi è convinto che i docenti della scuola pubblica possano costituire un’eccezione?
Quello che ci auguriamo è che alla fine il buonsenso prevalga sulle beghe personali e di partito e che a decidere sulle questioni importanti siano le persone competenti e non coloro che improvvisano e che dall’oggi al domani e senza esperienza pregressa, si sono ritrovati a capo di uffici ministeriali e all’apice della carriera politica. Confidiamo pertanto nel buon senso di tutti, di chi ci rappresenta a livello istituzionale e delle molteplici forze in campo, in modo da operare la tanto sospirata inversione di rotta, affinché la grande nave della scuola guidata dal Ministero di Viale Trastevere riprenda la sua operosa rotta, navighi su acque tranquille dove lo studio e il merito siano i punti cardine e non vada a sbattere contro l’iceberg della presunzione, della dubbia moralità, della incultura.

Ennio Silvano Varchetta