Per la serata dell’Immacolata il Teatro Bellini propone la “Quarantena Napoletana” scritta e diretta da Eduardo Cicelyn, con un monologo recitato da Sergio Rubini e sul fondale del palco immagini delle pitture di Francesco Clemente. Le musiche dello spettacolo sono di Michele Fazio che suona le tastiere sul palco accanto all’attore, il suono è curato da Daghi Rondanini, per una produzione Fondazione Teatro di Napoli – Teatro Bellini. In sala moltissimi ospiti e tanti amici illustri.



La storia
La storia – tratta dal volume scitto da Eduardo Cicelyn ed edito da Neri Pozza – è il racconto di una quarantena vissuta in prima persona dall’autore durante il lockdown da covid nel 2020, una quarantena che gli viene imposta per quattordici giorni, senza un reale motivo di contagio, a seguito della pubblicazione della notizia – la riporta proprio lui, giornalista de Il Mattino di Napoli -delle sue escursioni solitarie in una bellissima città deserta, sprezzante del “pericolo” e in sella al suo scooter.
Lo spettacolo
La scena si apre con l’immagine di un Vesuvio dipinto di rosso fuoco, tratto da una pittura di Francesco Clemente, che lascia subito spazio al blu totale, il colore della vespa degli anni giovanili. Oggi, invece, il mezzo prescelto per la fuga e strumento di rivendicazione della libertà individuale è uno scooter, che così come la vespa degli anni giovanili conduce verso il mare. Le fughe in scooter durante la pandemia avvengono con una sorta amico immaginario in sella al motorino: è il proprio respiro dentro la mascherina protettiva che si trasforma in un doppio di noi stessi, che ci accompagna e dal quale non restiamo contaminati. Il resto delle giornate, dopo quelle fughe solitarie, sarà solo noia, trascorsa a riordinare i libri della libreria e ad ascoltare dalla radio e dalla tv notizie ansiogene sul virus e sulla sua diffusione. Mentre, la fuga è una boccata d’aria fresca, alimenta i pensieri, si arricchisce della musica degli anni ’70 nelle cuffie, il rientro a casa conduce ad una sospensione del tempo e della libertà individuale, chiusura dettata dai governi occidentali e dai media. I suoni dello spettacolo riportano la memoria alle voci dei protagonisti di quel lockdown, ascoltate in tv in quei mesi interminabili.
E’ anche vero però, che con tutto quel tempo libero ritornano i ricordi, e così torna l’immagine della befana nell’auto del papà, oppure il ricordo delle cene da bambino con il nonno Eduardo e lo zio Armando, oppure il ricordo degli eventi accaduti durante la militanza politica in età giovanile: Cicelyn è stato anche giornalista dell’Unità negli anni Ottanta e Novanta. Ritornano le foto amate, ritrovate per caso tra i libri.
Il MADRE, l’Arte Contemporanea a Napoli
Eduardo Cicelyn ripercorre con la sua scrittura narrata magistralmente da Sergio Rubini sul palco, gli anni splendidi durante l’amministrazione guidata da Antonio Bassolino, ospite in sala in prima fila, della inaugurazione del Museo MADRE, museo di arte contemporanea, una collezione eccezionale per una città come Napoli, una vera operazione sperimentale in una fase di grande attenzione per l’Arte contemporanea nella città. Torna al ricordo di Lavinia, sua moglie, a quello del primo incontro e poi, della malattia. Si muove lungo quegli anni carichi di successi, ma anche di cambiamenti importanti, personali e lavorativi. Parla di mani e di anelli alle dita, che prendono la forma delle storie vere. Quello che davvero è importante è l’essenziale.
“I corpi delle persone non spariscono mai“.
E. Cicelyn
In contrapposizione alla paura del contagio da covid, che ci ha portati sempre più lontani e distanziati, Cicelyn racconta di Arte come verità e contaminazione, portando l’esempio dei lavori di Keith Haring, mai trattati chimicamente, per non intaccare la veridicità dell’opera, la sua contaminazione, per non toccare i batteri che la ricoprono e la rendono vera.
L’Arte non finge, si contamina. Muore e rinasce. L’Arte ha a che fare con l’immaginazione e per questo è verità.
E. Cicelyn
Infine, conclude su come la notizia invecchi velocemente e quindi, come la storia del covid abbia lasciato rapidamente spazio ad altre notizie, alla notizia delle guerre attuali, come la guerra in Ucraina: oggi quasi sembra che morire di guerra sia cosa più seria che morire di covid. Mentre, non ci si rende conto che il rischio più grande, è quello di non pensare più alle cose essenziali, di non immaginare, e di restare a galleggiare, distanti tra noi, come tante bottiglie nell’acqua del mare.
