Sab. Apr 18th, 2026

Il futuro del clima mondiale non è a Durban

ROMA  – Lunedì scorso è iniziata a Durban, in Sudafrica, la Conference of Parties dell’Onu dedicata alle misure da adottare per contrastare i cambiamenti climatici. Durante questa prima settimana di lavori i rappresentanti di oltre 190 paesi e Organizzazioni non governative non hanno compiuto progressi significativi.
Nel 2012 il Protocollo di Kyoto raggiungerà la sua scadenza decennale ma i Paesi che lo hanno sottoscritto, gli Stati Uniti ed i Paesi emergenti e in via di sviluppo non hanno raggiunto alcun accordo per il suo rinnovamento. Il trattato prevedeva l’obbligo in capo ai paesi industrializzati di operare una riduzione delle emissioni di elementi inquinanti in una misura non inferiore al 5% rispetto alle emissioni registrate nel 1990 — considerato come anno base — nel quadriennio 2008-2012. Il Protocollo di Kyoto, adottato nel 2005, scadrà tra 13 mesi, il 31 dicembre 2012 e gli obiettivi fissati 6 anni fa non sono stati raggiunti. Molte delle incertezze emerse durante i negoziati del trattato mondiale si sono riproposte durante il summit di Durban. In primis l’opposizione degli Stati Uniti ad un trattato vincolante che imponga un limite alle emissioni di gas serra. La crisi economico-finanziaria sicuramente non aiuterà la formazione di un nuovo accordo sulle emissioni. La loro riduzione comporta infatti costi elevati e limitazioni all’attività industriale. Gli Usa temono di inibire le proprie industrie soprattutto in relazione alla concorrenza incalzante di Cina ed India.
Secondo i dati raccolti nel 2011, Cina, India e Russia guidano la classifica dei paesi più inquinanti al mondo insieme agli Stati Uniti. Stando alle informazioni fornite dalla società inglese BP le emissioni di CO2 nel mondo hanno superato i 33 miliardi di tonnellate nel 2010. La CO2 è cresciuta del 5,8% rispetto al 2009. La Cina pesa per il 25 % del totale e gli Stati Uniti per il 19%. La Cina e gli Stati Uniti immettono infatti in atmosfera rispettivamente 8,3 miliardi di tonnellate e 6,1 miliardi di tonnellate. In Brasile le emissioni sono aumentate dell’11,4% rispetto allo scorso anno, in Cina del 10,4% ed in India del 9,2%, mentre rispetto al 2009 l’Australia ha diminuito le sue emissioni dell’8,2% e la Spagna del 3,7%. L’Unione Europea produce il 13% delle emissioni totali, a quota 4,1 miliardi di tonnellate di CO2, mentre India e Russia rappresentano il 5% delle emissioni totali con 1,7.
Durante la prima settimana del vertice, che si concluderà venerdì 9 dicembre, i paesi europei, pur confermando la loro fedeltà ai principi del Protocollo, si sono detti restii a raggiungere ulteriori accordi senza un impegno vincolante dei principali emettitori di gas serra. È necessario in particolare un’azione concreta di altri Paesi industrializzati, fra cui gli Stati Uniti, e dei Paesi emergenti, Cina, Brasile e India. I paesi occidentali hanno sottolineato le ingenti emissioni di gas serra prodotte dai paesi in via di sviluppo, in particolare dalle grandi industrie asiatiche.
Oltre a valutare la possibilità di prolungare il protocollo di Kyoto si è discussa la gestione del Fondo verde per il clima. Si tratta di un Fondo pensato per consentire uno sviluppo a basso contenuto di carbonio, soprattutto con riferimento alle economia emergenti, che dovrebbe ricevere 100 miliardi di dollari all’anno entro il 2020.
A partire dalla seconda settimana di incontri i ministri saranno impegnati ad identificare le soluzioni per rilanciare il negoziato internazionale sui cambiamenti climatici. Il nostro ministro dell’Ambiente Corrado Clini ha rivelato un pessimismo di fondo rispetto al vertice sudafricano: “Durban è nella scia negativa di Copenaghen del 2009” e auspica l’adozione di un’agenda di incontri nei prossimi due anni e incentrati sull’analisi dei problemi in sospeso. Secondo Clini è necessario “far convergere le strategie energetiche globali e gli investimenti sull’energia con gli obiettivi ambientali. Dobbiamo avere una strategia globale da qui ai prossimi trent’anni”.
A seguito del disastro di Fukushima, molti paesi hanno riconsiderato l’opportunità ed il ruolo dell’energia atomica e delle centrali nucleari. Questo porterà a reindirizzare gli investimenti , su altre fonti, in primis sul cafrbonfossile. Ad oggi, infatti, sia i delegati dei paesi industrializzati che i rappresentanti di quelli in via di sviluppo partecipano alla conferenza di Durban considerando la fonte di energia del futuro il carbone. Nel 2010 il 30% dell’energia del pianeta è stato prodotto bruciando carbonfossile.
In conclusione, il vertice di Durban potrebbe creare un vuoto nelle politiche mondiali di contenimento dei cambiamenti climatici. Dalle discussioni del meeting potrebbero passare anche tre anni prima di arrivare ad una bozza di trattato che possa rinnovare il protocollo di Kyoto e le nuove linee guida, se adottate, saranno messe in pratica intorno al 2020 dagli stati più ritardatari. Senza un coinvolgimento globale per ridurre la produzione di gas serra ed un impegno comune per la promzione di fonti enrgetiche alternative le emissioni di CO2 provocate dalla combustione di carbonfossile interferiranno in misura sempre maggiore sugli equilibri climatici.

Eleonora M. Pani

di Redazione

Giornalista Professionista. Direttore di New Media Press

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