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Napoli: Al via la Sesta Edizione del premio Letterario “Don Giustino Russolillo”

NAPOLI – Ad un anno dell’evento della Canonizzazione del San Giustino Maria Russolillo (15 maggio 2022), un Santo dell’area Flegrea, parte la Sesta Edizione del premio Letterario: “Don Giustino Russolillo”. Il territorio, la vita, la vocazione e la Santità di Don Giustino Russolillo. L’Associazione della Stampa Campana “Giornalisti Flegrei” presieduta da Claudio Ciotola, sostenuta dalla Famiglia Religiosa Vocazionista, indice la sesta edizione del “Premio Giornalistico Letterario Don Giustino Russolillo”. L’intento è premiare gli alunni e le alunne delle scuole pubbliche e private, di ogni ordine e grado, presenti su tutto il territorio del comune di Napoli, delle regioni d’Italia dove sono presenti le comunità religiose delle Congregazioni fondate da San Giustino Maria Russolillo. Il premio si articola in tre sezioni dedicate: alla poesia, alla carta stampata, alle fotografie. L’Associazione della Stampa Campana “Giornalisti Flegrei”, nell’organizzare il Premio Giornalistico Letterario, si avvarrà della collaborazione delle Istituzioni, delle Associazioni e delle imprese del territorio per la salvaguardia e la valorizzazione dei loghi dove è vissuto il Santo.
Al Premio Giornalistico Letterario possono partecipare gli alunni e le alunne di tutte le scuole di ogni ordine e grado presenti su tutto il territorio del Comune di Napoli, nelle regioni d’Italia dove sono presenti le comunità religiose delle Congregazioni fondate da San Giustino Maria Russolillo. È possibile partecipare con poesie, articoli su carta stampata e pubblicati sul web, giornali, radiogiornali e video. Il tema ha per titolo: “Don Giustino Russolillo”. Il territorio, la vita, la vocazione e la Santità di Don Giustino Russolillo. La Giuria è presieduta dal Presidente dell’Associazione della Stampa Campana “Giornalisti Flegrei” congiuntamente da due rappresentanti della Famiglia Religiosa Vocazionista. I componenti della Giuria saranno scelti dall’Associazione e dovranno provenire dal mondo della comunicazione e del giornalismo, operatori culturali e rappresentanti del mondo della scuola, del lavoro e del sociale. I premi saranno attribuiti secondo l’inappellabile giudizio della Giuria e dell’Associazione. La giuria ha la facoltà di assegnare ulteriori riconoscimenti e di attribuire menzioni speciali e altri riconoscimenti. Il concorso e la manifestazione dedicata alla premiazione forniranno l’occasione per parlare delle bellezze del nostro territorio e del Santo Don Giustino Russolillo, con il preciso scopo di valorizzare la cultura locale e le comuni radici, quale strumento di presa di coscienza collettiva ed inoltre in relazione ai cambiamenti sociali ed economici.




We Love Enzo, la “Pièce Noire” di Enzo Moscato è in scena in Sala Assoli

“A cosa serve farci così divini se siamo poi così infruttuosi.

Io non sarò mai madre”.

Termina così con le parole profonde, dolorose e drammatiche dell’ermafrodito Desiderio,  la prima dello spettacolo dal titolo “Pièce Noire (Canaria)”- scrittura del 1985, che vince all’unanimità il Premio Riccione per la drammaturgia – che dal 19 al 22 Gennaio sarà in replica in Sala Assoli, nell’ambito del ciclo dedicato a Enzo Moscato. Lo spettacolo che vede l’adattamento di Giuseppe Affinito, che è anche attore della Compagnia Enzo Moscato è prodotto da Casa del Contemporaneo nel terzo appuntamento del progetto “We Love Enzo”, dopo gli spettacoli “Play Moscato” e “Ritornanti”.

E’ una scenografia sofisticata e pittoresca, ambientata in un luogo oscuro dei Quartieri Spagnoli, quella che appare davanti ai nostri occhi.

La scena si svolge all’interno di una stanza piena di suppellettili e di gabbie di “Canarie”, mentre sei personaggi eccentrici recitano  indossando abiti in tulle e stoffe colorate. Viene raccontata la storia di una madre e dei suoi tre figli adottivi Desiderio, Bramosia e Cupidigia.

Studiare per diventare artisti, imparare l’italiano ed esibirsi nei locali: questo è il patto tra i figli e la misteriosa madre maîtresse, donna dura che ha trascorso molti anni nel porto, frequentando uomini solo per denaro, amanti mai davvero amati. La donna conserva un segreto terribile all’interno della casa, dentro il suo comò, pieno di ampolle e scatole contenenti veleno e nati prematuri, dove si cela il segreto di bimbi mai nati. Ci sono documenti e prove schiaccianti, c’è un universo fatto di delitti e di sangue. E’ uno scambio terribile, quello che viene raccontato da Enzo Moscato: la Signora, perde il proprio figlio e adotta degli zingarelli, che diventano i suoi nuovi figli. Riemerge nei racconti il segreto di una furto ad un americano, e aleggia il mistero del corpo mutilato di un bambino morto per l’irrazionale desiderio di purezza di una madre e nascosto in cantina. Risuona il canto di Angel dei Massive Attack, mentre le parole corrono di continuo verso il ricordo del piccolo angelo James e dell’atroce delitto, e sul palco si pronuncia con violenza la parola sangue.

Nel sangue del sangue

c’è un ritmo più profondo

che si deve imparare ad ascoltare.

Eleganti i riferimenti al teatro di Eduardo (la buatta), ad Annibale Ruccello, alla Gatta Cenerentola di De Simone. Azzeccate le ricerche musicali: Each Man Kills the thing he loves fa da sottofondo per due volte alle scene, mentre Angel dei Massive Attack incornicia l’angelica figura di Desiderio, figlio adottivo, sostituito nei tentativi folli della madre al piccolo James. Desiderio è un bambino e un figlio perfetto, poichè ermafrodito e viene nascosto per vent’anni alla cattiveria del mondo. E, ancora, suonano le musiche di Filiae maestae Jerusalem di Antonio Vivaldi, e di Moris sur Scène di Dalida. Su tutti i canti,  la Paloma e Notte cantata da Enzo Moscato.

“Il Capolavoro è un serpente che si mozzica la coda, e qualche volta ti mozzica pure la mano. Allora o tu distruggi lui o muori tu. In ogni caso chi sopravvive chi vince la battaglia deve continuare, deve combattere, lottare, resistere, ancora!” – recita nei suoi deliri la Signora.

E così, mentre Desiderio diviene l’esatto contrario del progetto della madre insana – perchè “quando sono vive le cose non sono più perfette” – mentre lui, il figlio immaginato come perfetto rifiuta nella realtà la sua madre adottiva e l’accusa del peggiore dei crimini; mentre la donna lo avvelena con una pozione conservata nel solito mobile dei segreti, confermando ancora una volta la sua natura delittuosa, mentre si consuma la morte, pesano come una macigno le parole di Enzo Moscato:

A cosa serve farci così divini se siamo poi così infruttuosi. Io non sarò mai madre!” 

E’ folle e disperato il grido di dolore di chi per natura non potrà mai essere madre. Intanto, giù per le vie c’è un nuovo bambino che chiede alla cameriera Sisina di salire in casa, un altro angelo che attraversa il cerchio della vita.

Lo spettacolo sarà in scena in Sala Assoli fino al 22 Gennaio.

Sintesi

titolo: Pièce Noire (Canaria)
di Enzo Moscato
con Giuseppe Affinito, Luciano Dell’Aglio, Domenico Ingenito, Anita Mosca, Rino Rivetti, Angela, Dionisia Severino
ideazione scenica, adattamento e regia Giuseppe Affinito
scena Tata Barbalato
costumi Dario Biancullo, Clara Varriale
assistente alla regia Emilio Massa
allestimento e luci Enrico de Capoa, Simone Picardi
ricerca musicale Teresa Di Monaco/ Giuseppe Affinito
trucco Vincenzo Cucchiara
parrucco Sara Carbone
foto Alessandro Scarano
organizzazione Claudio Affinito
produzione Compagnia Teatrale Enzo Moscato/Casa del Contemporaneo

@foto di Mina Grasso




Silenzio e Stupore. Al Museo di San Martino inaugura la mostra Maria Lai “Un Filo nella Notte”

Tra candidi angeli e pianti di agnelli nasce Dio,

nasce l’Arte, nasce L’uomo.

E’ stata inaugurata la prima delle tre mostre in programma per questo fine settimana alla Certosa e Museo di San Martino, esposizioni fortemente volute da Marta Ragozzino, Direttrice Regionale Musei Campania, con lo spirito di offrire nuovi itinerari culturali e percorsi tematici, dedicati all’arte contemporanea e alla fotografia storica della città, in connessione con le collezioni e con il patrimonio storico del complesso museale di San Martino – da quella presepiale al prezioso Archivio fotografico del Museo – fino a dialogare con il paesaggio urbano e naturale.

La mostra curata da Marta Ragozzino, in collaborazione con l’Archivio e Fondazione Maria Lai, prende il titolo“Un Filo nella Notte”  ed è allestita nella Sala della meridiana, per raccontare i presepi di Maria Lai proprio accanto alla sezione presepiale del Museo, che raccoglie i tesori della tradizione napoletana, da sempre una delle collezioni permanenti di questo sito museale.

Maria Lai (Ulassai 1919 – Cardedu 2013), è una delle più importanti artiste italiane del secondo Novecento. Nata in Sardegna, frequenta l’Accademia di Belle Arti a Venezia, e segue le lezioni di Arturo Martini. Ritornata in Sardegna nel 1945, riprende l’amicizia con Salvatore Cambosu che in giovanissima età aveva scoperto le sue doti artistiche e insegna disegno nelle scuole elementari di Cagliari. Terrà la sua prima personale alla galleria L’Obelisco a Roma; e nel 1971 presso la Galleria Schneider di Roma esporrà i primi Telai, un ciclo di lavori vicini all’arte povera che caratterizzerà i dieci anni successivi. Negli anni Ottanta la Lai si occuperà di territorio con l’operazione corale ad Ulassai Legarsi alla Montagna, capolavoro di “arte relazionale”. A partire dagli anni Novanta darà vita ad interventi di arte pubblica.
Nel 2006 Ulassai le dedicherà il Museo la “Stazione dell’Arte”, nei locali di una ex stazione, luogo simbolo di avvicinamento dell’arte alle persone. Maria Lai morirà il 16 aprile 2013 a Cardedu all’età di 93 anni.

La mostra alla Certosa e Museo di San Martino in uno speciale e dedicato spazio avvolgente, vuole racchiudere una pausa silenziosa nel percorso di visita del Museo, che proprio a Natale attira visitatori e appassionati dell’arte presepiale, esponendo alcuni tra i più rappresentativi ed originali presepi d’artista realizzati da Maria Lai nel corso della sua lunga e intensa attività, a partire dalla metà degli anni Cinquanta, quando l’artista diede forma alle prime composizioni dedicate alla Natività in juta e terracotta, materiali semplici, poveri, talvolta tratti dalla vita quotidiana, ma anche i sassi, il legno, il pane, sui quali, nel tempo, l’artista interviene, componendo e scomponendo anche taluni presepi già creati, e recuperandone le figure in nuove, e spesso ancor più essenziali, composizioni. Materiali cuciti, o tessuti: connessi, perché l’arte è connessione e permette di entrare in relazione. Concetto centrale nella poetica di Lai, per la quale l’arte non è nella fisicità, ma nell’altrove.

Ciò che resta di Cristo nel Vangelo non è la sua presenza umana, è il suo morire e la sua resurrezione. Ciò che resta dell’arte nel mondo non è la fisicità dell’opera, è il silenzio, il vuoto di uno stupore.

La mostra sarà visitabile fino al  19 marzo 2023.




La Codista di Marleen Sholten. In teatro a Napoli il 3 e 4 dicembre in Sala Assoli.

Comiciamo bene, numero 69..

Per un codista il mondo è sottosopra, non vuole essere il primo, vuole essere l’ultimo. Più il mondo va veloce, più io voglio essere lento, voglio andare contro corrente, voglio essere come un salmone.

La Codista arriva a Napoli il 3 e 4 dicembre, in teatro, nella Sala Assoli con la regia di Marleen Sholten, protagonista unica sulla scena con un monologoo surreale, tragico e comico allo stesso momento che affronta il concetto del tempo, del lavoro, della solitudine. La scrittura è parzialmente basata sulla storia di Giovanni Cafaro, un milanese che perde il suo lavoro e decide di mettersi in proprio, e di fare la fila a pagamento per gli altri. Lo spettacolo, intenso e a tratti commovente è frutto di ricerche e di interviste. La Sholten è uno degli esponenti del collettivo Wunderbaum, collettivo indipendente olandese che lavora sempre su temi di attualità.

La protagonista, milanese, ha frequentato l’università con il massimo dei voti e si è occupata per anni di marketing, ma poi, in azienda tutti sono stati licenziati, e lei a 41 anni si è reinventata. Stare a casa a leggere risposte ai curricula inviati non è cosa bella, e a quella solitudine, deprimente, lei preferisce l’esperienza del fare la fila. In fila si conoscono persone sempre nuove, non si è mai nello stesso ufficio o con la stessa pratica da fare. In fila anche l’alimentazione è importante, si preferiscono vitamine e proteine. La mattina ci si deve programmare la giornata, mai dimenticare i fazzoletti, ad esempio, perchè le toilette non sono mai in ordine.

Si fa la coda per gli altri per tutto: per i biglietti di un concerto, così come per l’ultimo libro di Belen, oppure per il ritiro del passaporto, fingendosi la-moglie-di  o la signora D’Angelo. D’altra parte Altro Consumo misura in 16 giorni l’anno la nostra attesa in fila, dunque quei soldi spesi per un altro che fa la fila al posto nostro sono soldi benedetti.

Il collettivo Wunderbaum é formato da 5 esponenti: Walter Bart, Wine Dierickx, Matijs Jansen, Maartje Remmers, Marleen Scholten (che sono attori e autori); Maarten van Otterdijk (designer). Di questi Marleen Scholten si è trasferita in Italia da qualche anno, e nel 2020 ha portato al FIT il brillante monologo La codista. I suoi lavori Chi è il vero italiano?La storia della mia rigidità e La canzone nazionale sono stati presentati in Italia, Olanda e Germania.

La Codista, nella sua versione olandese, sempre con Marleen Scholten in scena, è stato selezionato tra i dieci migliori spettacoli della stagione 21/22 e sarà ripresentato a settembre ad Amsterdam nel contesto del Nederlands Theater Festival 2022.

La Sala Assoli di Napoli si lega nel 2018 alla Casa del Contemporaneo, unione di quattro realtà teatrali, a seguito di un l’ampio e impegnativo programma di recupero architettonico dello spazio che ha visto la nascita artistica delle più grandi donne e uomini di teatro che attualmente si impongono sui maggiori palcoscenici italiani ed europei.

info su:

La codista

https://www.wunderbaum.nl




Graus Edizioni all’Europarlamento a Bruxelles

?“Con la cultura si impara a vivere insieme; si impara soprattutto che non siamo soli al mondo, che esistono altri popoli e altre tradizioni, altri modi di vivere che sono altrettanto validi dei nostri”. Tahar Ben Jelloun

Giovedì 1 dicembre, presso il Parlamento Europeo di Bruxelles, la Graus Edizioni con il suo editore Pietro Graus, ha presentato Il condominio? Una famiglia allargata di Sabina Vuolo e Natale in condominio di Sabina Vuolo e Michele Zuppardi. Due opere che indagano le dinamiche tra condomini, chiarendo – da una parte -, l’assetto normativo che funge da basamento per lo spazio condiviso e – dall’altra -, la vicenda umana, la trama e l’ordito delle relazioni che si intessono all’interno della proprietà condominiale.

Particolare riferimento poi al Natale, quando la magia delle tradizioni elude il confinamento privato degli appartamenti solitari ed esercita la sua fascinazione commovente sulle persone che, a vario titolo, abitano quel mondo complesso che Vuolo e Zuppardi così sapientemente raccontano nei loro testi.

Accanto agli autori erano presenti l’onorevole Lucia Vuolo e l’assistente parlamentare Antonio Ioele. L’onorevole Vuolo ha appena preso parte alla IX edizione del How Can We Govern Europe – il più importante evento italiano in tema di affari europei – in linea con l’impegno che da sempre profuso nell’ascolto delle istanze oggettive dei cittadini.

Quale membro della Commissione Trasporti e Turismo del Parlamento Europeo, si è fatta promotrice di numerosi emendamenti e, in chiosa al suo intervento dialogico, lucido e mirato, ha dichiarato: “È ora che il Sud torni a essere concretamente l’espressione dell’inventiva e della lungimiranza del nostro Paese”.

La presidente del Parlamento Europeo Roberta Metsola ha portato personalmente i suoi saluti. Una giornata densa di emozioni, dunque, in occasione della quale l’onorevole Lucia Vuolo e l’editore Pietro Graus hanno espresso inoltre la propria vicinanza alla popolazione ischitana, recentemente colpita da un nubifragio che ha tolto la vita a molte persone.

La Graus Edizioni, reduce dal suo XX anniversario di attività, è orgogliosa e grata di essere stata accolta nel contesto prestigioso del Parlamento Europeo, nonché di aver potuto fornire il suo contributo culturale e civile in questo delicato momento storico.




Al Teatro Nuovo di Napoli nella Sala Assoli inaugura “Il Sabato della Fotografia”

E’ curata da Pino Miraglia nella sua edizione numero sette al Teatro Nuovo di Napoli nella Sala Assoli la rassegna dal titolo “Il Sabato della Fotografia” che inaugura il 25 novembre con la mostra fotografica “L’ISOLA AL DI LA’ DAL MARE” che presenta al pubblico alcuni scatti in Sardegna del fotografo Francesco Cito, in esposizione fino al 30 dicembre 2022, per proseguire con un calendario ricco di incontri a partire dalla mattina del 26 novembre con lo stesso Francesco Cito insieme a Manuela Fugenzi.

Nella rassegna in Sala Assoli, diventata 2018 parte della Casa del Contemporaneo, si affronteranno argomenti come il reportage di guerra con Francesco Cito e Manuela Fugenzi; la fotografia di moda con Manuela Kalì; la foto sociale con Mario Spada e Valentina Tamborra; la narrazione visiva del territorio con il discorso multimediale di Raffaela Mariniello.

La rassegna è nata nel 2013 come attività di “Movimenti per la fotografia”, è prodotta da Casa del Contemporaneo ed è stata realizzata precedentemente in collaborazione con diverse realtà culturali italiane (casa editrice POSTCARD, casa editrice IEMME, Ass. Culturale 180° Meridiano, Spazio NEA) e con il patrocinio di Enti e Istituzioni (il MAV – Museo Archeologico Virtuale di Ercolano, il Comune di Napoli, la Presidenza del consiglio – Dipartimento giovani).

In programma quest’anno anche un incontro collettivo con alcuni giovani autori che usano la fotografia per esprimere il proprio pensiero e, inoltre, la presentazione di “Ritus” un libro che raccoglierà le foto del percorso espositivo di Sala Assoli delle ultime due edizioni.
Il Sabato della fotografia”, è un ciclo di incontri sul linguaggio fotografico e sulla cultura visiva anche in relazione con altri linguaggi artistici. Offre appuntamenti – tutti a ingresso gratuito – con i protagonisti della fotografia italiana che si pongono l’obiettivo di trasmettere esperienze e conoscenze ai giovani e a quanti si interessano di fotografia e arte. E promuove giovani fotografi che mai come in questo momento storico stanno definendo nuovi confini e rinnovate narrazioni visive.

La mostra di Francesco Cito di questo mese di novembre è il primo appuntamento del progetto “Riti”, un percorso espositivo, legato da un comune denominatore, che occuperanno lo spazio espositivo di Sala Assoli per la stagione 2022/2023: 4 percorsi visivi, piccoli affondi che andranno a indagare il rito e la ritualità in vari contesti della nostra contemporaneità, e dentro questi il rapporto con la fede, con la natura, gli animali, il teatro. Questa mattina Cito ha raccontato la sua idea di fotografia, dagli anni della sua formazione autodidatta al reportage per testate nazionali fino all’arrivo nel 1975 al Sunday Time Magazine. Cito, napoletano classe 1949, lavorerà per il Venerdì di Repubblica, e le sue immagini saranno su giornali come Sette, Corriere della Sera, Epoca, Specchio supplemento della Stampa, Sunday Time Magazine, Observer Magazine, Stern, Bunte, Zeit Magazine, F**aro Magazine, Paris Match, Life. Con il Palio di Siena riceverà il premio al World Press Photo del 1996, per la FIAF nel 2006 diventerà “Maestro della fotografia italiana”. Fotoreporter indipendente, sarà tra i primi a lavorare come fotografo in Afganistan, in Palestina, durante la Guerra del Golfo, ma i suoi scatti saranno anche quelli fatti nella Sardegna interna e non turistica, in Sicilia per la festa della mattanza dei tonni, oppure a Napoli dove documenterà la guerra di camorra degli ani ’80 o, anche, come inviato del giornale inglese, in un’insolito momento del contrabbando di sigarette durante lo sciopero dei contrabbandieri, testimoniato scattando foto direttamente sulle barche degli scafisti, come fosse uno di loro. Per raccontare una storia, quale che sia, devi entrarci dentro – dice di lui Carlo Verdelli. E Francesco Cito con Manuela Fugenzi ci parlano di fotografia anche ampliando a temi come il video e il montaggio fotografico, quello appunto presentato al pubblico nella piovosa mattina del 26 novembre in Sala Assoli, ma tornando spesso a dire di una vera e propria postura della fotografia, del luogo dove si pone il fotografo, di quando scatta, di come osserva, con quali occhi e con quale vissuto interiore. Entrare nella storia, capirla, scattare e poi liberarsene. Documentare, e dopo prendere la distanza.

Tra il 2022 me il 2023 “Il Sabato della fotografia” presentando mostre, incontri e workshop. Sotto il calendario degli incontri:

Sabato 10 Dicembre ore 11.30 (incontro)
MANUELA KALI’  – Moda e Visione
Giovedì 5 Gennaio ore 19.00 (mostra)
PINO MIRAGLIA | IL TEATRO E IL SUO DOPPIO
Sabato 14 Gennaio ore 11.30 (incontro)
RITUS – presentazione catalogo mostre 2022/2023
Sabato 28 Gennaio ore 11.30 (incontro)
MARIO SPADA – Fotografia d‘autore
Sabato11 Febbraio ore 10,30 – ore 19,00 (mostra)
VALERIA LAUREANO | AMALI’A 
Sabato 11 Febbraio ore 11,30 (incontro)
VALENTINA TAMBORRA – Fotografia sociale
Sabato 4 Marzo ore 11.30 (incontro)
RICOGNIZIONI – NUOVI AUTORI
Sabato 18 Marzo ore 11.30 (incontro)
RAFFAELA MARINIELLO – Narrare il territorio
Mercoledì 22 Marzo 19.00 (mostra)
DIANA BAGNOLI | MISTICI
•Aprile e Maggio Workshop e Laboratori
MANUELA KALI’ | MODA
FRANCESCO CITO | REPORTAGE
CAMERA CHIARA IMAGE | NARRARE IL MARE
(laboratorio per scuole secondarie di II grado

Quello che della fotografia mi rimane dentro sono gli odori. Quelli che non riesco a trasportare nella macchina fotografica, ma che sento ogni volta riguardando le mie foto.

(Francesco Cito)

 




Visite guidate gratuite alle Terme Romane di Via Terracina

Secondo appuntamento per le aperture straordinarie dei  Luoghi della Cultura di Napoli sabato 8 e domenica 9 visite guidate gratuite alle  Terme Romane di via Terracina

 

Le Terme Romane di Via Terracina visitabili Sabato e Domenica

 

Apertura straordinaria delle Terme Romane di via Terracina a cura della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per il Comune di Napoli in collaborazione col Gruppo Archeologico Napoletano.

L’impianto, risalente alla seconda metà del II sec. d.C., era articolato su più livelli ed era probabilmente alimentato dall’acquedotto del Serino. Il piccolo complesso termale, sorto lungo la strada che da Neapolis conduceva a Puteoli, conserva tutto il sistema di alimentazione degli ambienti caldi, nonché gli apparati decorativi pavimentali, caratterizzati da piani pavimentali a mosaico. Proprio su questi l’associazione è impegnata per mantenerne la visibilità, effettuando continui interventi di pulizia. Il complesso termale di via Terracina è stato portato alla luce nel 1939 durante la costruzione della Mostra d’Oltremare. L’edificio, articolato su più livelli, alimentato dall’acquedotto del Serino e costruito prevalentemente in opus vittatum e latericium. Sicuramente posteriori rispetto al nucleo originario sono: il corridoio d’ingresso, in epoca medievale adattato a cisterna, alcuni ambienti forse identificabili come tabernae, e la latrina. Quest’ultima, preceduta da un piccolo vano di disimpegno con volta a botte e resti della vaschetta per le abluzioni, doveva essere coperta da una semicupola e presentare pitture parietali, delle quali oggi non rimangono che poche tracce. Mal conservata è anche la decorazione del pavimento formata da un mosaico a tessere bianche e nere raffigurante due delfini natanti ed un animale marino fantastico. L’illuminazione vi era assicurata dalle cinque finestre che si aprivano nella parete semicircolare. Lungo il perimetro dell’emiciclo corre, il canale di scolo delle acque, continuamente rifornito dalla cisterna attraverso condotti sotterranei, al di sopra del quale erano i sedili in pietra o marmo forati. Diversi erano i percorsi che gli utenti potevano scegliere a seconda delle preferenze o delle esigenze terapeutiche. Quello principale prevedeva varie soste in quattro ambienti riscaldati a varie temperature, quindi la permanenza nel calidarium absidato, con labrum per le abluzioni e la vasca per il bagno caldo, ed infine l’accesso mediante un vano di passaggio al frigidarium con due vasche per i bagni freddi ed un mosaico pavimentale a figure nere su fondo bianco raffigurante animali fantastici, cavalcati o seguiti da figure antropomorfe e delfini agli angoli. Il crollo parziale delle pavimentazioni e la caduta dei rivestimenti parietali hanno messo a nudo gli elementi strutturali connessi alla produzione del calore – i forni laterali – con vani di servizio e alla sua diffusione – le intercapedini al di sotto dei pavimenti  e lungo le pareti. Tali ambienti, secondo lo schema noto da Vitruvio, risultano orientati a Sud-Ovest, in modo da poter meglio sfruttare il calore e la luce del sole durante le ore pomeridiane.

 

Il complesso sarà aperto nei giorni

8 e 9 ottobre 2022 –  con turni di visita ore 10.00 – 11.00 – 12.00 con un massimo di 20 persone per turno

Prenotazione obbligatoria attraverso il modulo alla pagina

https://www.ganapoletano.it

Come raggiungere il Sito:

 

l’ingresso al sito archeologico è su via Terracina, di fronte al civico 429, ad angolo con via Marconi, la strada della RAI (come ulteriore punto di riferimento si abbia il Toy’s Center).

  • In auto il complesso è facilmente raggiungibile dall’uscita Tangenziale di Fuorigrotta, con possibilità di parcheggio in zona.
  • Metro linea 2 per Campi Flegrei o Ferrovia Cumana per Mostra, fermate poste entrambe a circa 1 km dal complesso.
  • Servizio ANM: da Piazza Garibaldi, linea bus 151 con fermata fuori l’ingresso della Mostra d’Oltremare* (Piazzale Tecchio – Mostra). Periodicità linea 18-21 minuti.

H di P




Napoli, “Sisu Bar” nuova apertura al Rione Sanità

Si inaugurerà martedì 27 settembre, alle ore 19,00 in Via San Gennaro dei Poveri al Rione Sanità: “Sisu Bar” il nuovo bar con un’imprenditoria tutta al femminile.   Non un semplice bar ma anche  rosticceria, focacceria, pasticceria e altri servizi. In occasione dell’apertura, sarà inaugurata anche la mostra fotografica di Federica Lamagra, che esporrà alcune foto inedite del suo ultimo progetto “Da Palepolis a Neapolis” e altre aventi come tema “Il Rione Sanita’”, questo per dare spazio e voce ad artisti emergenti e affermati esponenti della fotografia e della pittura attraverso esposizioni temporanee.

Lo scopo è di soddisfare i bisogni dei consumatori attenti alla genuinità e alla tracciabilità dei prodotti in un contesto sempre più globalizzato, ma anche mostrare quanto può essere più gustoso e divertente consumare il proprio pasto conoscendo tutti i “retroscena” della produzione e della cucina. Sono inoltre in programma una serie di attività che coinvolgeranno molte famiglie del quartiere. L’obiettivo del bar Sisu è quello di riservare uno spazio ricreativo per i bambini con giochi costruttivi, fornendo loro fogli, libri, pastelli ecc… ma anche i nostri amici a quattro zampe non saranno trascurati, perchè il locale metterà esclusivamente a loro disposizione una fontanina. Un progetto ecosostenibile anche per il design della location, infatti l’arredamento sarà caratterizzato dall’utilizzo di materiale riciclato e riciclabile e nel contempo si daranno nuove opportunità lavorative attraverso il delivery con l’inclusione dei rider. Se il termine “sisu” in Finlandia significa coraggio quotidiano,  grinta e determinazione ad affrontare le sfide grandi o piccole, non possiamo fare altro che incoraggiare anche noi e dare il benvenuto al “Sisu Bar”.

 




C’era una volta il Lago d’Agnano

Non tutti sanno che dove oggi sorge l’Ippodromo di Agnano, un tempo esisteva un lago: uno specchio d’acqua infestato da rane, zanzare e serpenti, tutt’attorno la palude, il regno della malaria. Il lago di Agnano, in realtà, era ciò che restava di un cratere dei Campi Flegrei che ancora emetteva esalazioni di zolfo che rendevano l’aria irrespirabile. Nonostante l’inospitabilità di questo luogo, la zona era frequentatissima: qui si lavorava la canapa e si praticava la caccia: la fauna costituita soprattutto da uccelli predatori e da folaghe alimentava l’attività venatoria, inoltre il lago offriva una quantità di pesci, crostacei e prelibati gamberetti. Le origini del lago non sono antichissime: intorno all’anno 1000 le acque, evidentemente in seguito al fenomeno del bradisismo, dovrebbero aver riempito il millenario cratere. Per quanto riguarda l’etimologia del nome, Agnano deriverebbe da Anguis ovvero serpente, il rettile che appunto imperversava in queste zone, o da Annanium ovvero dal nome della famiglia Annia che possedeva questo territorio. Nelle zone prospicienti il lago si lavorava la canapa: fu Alfonso d’Aragona che decise di spostare quest’attività da Napoli ad Agnano per liberare la capitale del regno dai miasmi nauseabondi provocati dalla lavorazione di questo materiale. Quando ai tempi del Viceregno spagnolo, intorno al 1656, Napoli fu colpita dalla peste, l’aria di Agnano fu considerata responsabile dell’epidemia. Qui arrivarono per un sopralluogo il biologo Lazzaro Spallanzani che scoprì l’origine vulcanica del lago e il botanico Michele Tenore che studiò la flora del territorio. Il lago d’Agnano, nonostante la sua pessima fama, nel XIX secolo divenne luogo frequentato dai giovani aristocratici che durante il Gran Tour erano attratti dai posti pericolosi come la Grotta del Cane per esempio, un corridoio di circa dieci metri, citata per la prima volta da Plinio il Vecchio, e definita Mortiferum Spiritum exalans a causa delle esalazioni delle cosiddette Mofete. A partire dal 1865 si cominciò a pensare a una bonifica del luogo per scongiurare così il proliferare di epidemie di cui Napoli era stata più volte vittime negli anni. Ferdinando IV per evitare che, soprattutto forestieri provenienti da fuori Napoli, fossero portatori di malattie, fece collocare a Fuorigrotta, poco lontana dall’attuale Piazza Leopardi, una Stele presso la quale era obbligatorio fermarsi per il controllo sanitario, una sorta di posto di blocco; questa stele oggi è custodita all’interno di un recinto nel giardino della scuola Silio Italico. A smentire la credenza che tra le epidemie e l’aria irrespirabile causata dalla lavorazione della canapa ci fosse correlazione, fu il medico Ferdinando Palasciano ma il re Ferdinando di Borbone, diede inizio comunque a un’opera di bonifica e nonostante le resistenze dei proprietari terrieri riuscì con lauti compensi a espropriarli e dare inizio ai lavori che non furono però portati a termine. Solo dopo l’Unità d’Italia l’opera riprenderà e proprio durante le operazioni di scavo, si scoprì che sotto il cratere del lago scorrevano circa 72 sorgenti termali risalenti all’Impero Romano. Furono così create le Terme di Agnano laddove un tempo insistevano i vecchi impianti termali greci e romani. Questa scoperta diede inizio al termalismo napoletano ma non solo, l’affiorare di un antico tempio greco del IV secolo a. C. permise di considerare l’impianto termale il più antico dei Campi Flegrei. Il passato ameno di questa località sarebbe testimoniato anche da una canzone dal titolo “Agnano” scritta da F. Mario Russo e musicata da Remo Remi nel 1925 come ricorda Aldo Cherillo, cultore della storia locale che da anni tenta di far conoscere la storia di Agnano e del territorio flegreo.

(Nella foto il Lago D’Agnano nel 1860 – Fonte Wikipedia.org)

Maria Palma Gramaglia




Il Padiglione Italia alla 59. Esposizione d’Arte La Biennale di Venezia.

Il Padiglione Italia, inaugurato nel 2006 all’Arsenale, e’ costituito dai due grandi ambienti delle Tese delle Vergini, con una estensione complessiva di 1.900 metri quadrati, e dal Giardino delle Vergini, con una superficie esterna di circa 1.000 metri quadrati.

Per l’edizione 2022 della Biennale di Venezia il progetto del Padiglione Italia ha interessato il lavoro dell’artista Gian Maria Tosatti, unico a rappresentare l’Italia in questa 59. Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia, dal titolo Il Latte dei sognicurata da Cecilia Alemani. L’installazione curata da Eugenio Viola, prende il titolo Storia della Notte e Destino delle Comete ed è un’installazione ambientale che occupa l’intera area delle Tese delle Vergini.

Una sfida molto ambiziosa – racconta il Presidente della Biennale Roberto Cicutto.

Padiglione Italia – Storia della Notte e Destino delle Comete
– Gian Maria Tosatti

L’installazione è concepita come divisa in due capitoli. Il primo capitolo racconta del sogno industriale italiano, della sua evoluzione da sviluppo a declino, attraverso sale ormai spoglie di una fabbrica con macchine e rocchetti di cotone; nel secondo capitolo si apre una possibilità per il futuro, forse una speranza: la natura riprende i propri spazi, ritornano le lucciole sopra un mare in tempesta.

Padiglione Italia – Storia della Notte e Destino delle Comete
– Gian Maria Tosatti

Illustri i  riferimenti letterari che influenzano da sempre il lavoro di Tosatti, che spinge lo sguardo verso il teatro, verso la performance e le arti visive. Pier Paolo Pasolini nel suo editoriale sul Corriere della Sera, 1° febbraio 1975, citato dall’artista,  racconta della natura oltraggiata dall’uomo e del fatto che siano scomparse le lucciole: darei l’intera Montedison per rivedere almeno una lucciola. Le parole di Anna Maria Ortese in Corpo Celeste, gli scritti di Ermanno Rea così come quelle di Pasolini, accompagnano l’esperienza di visita di questa installazione. Mentre la luce delle lucciole sul mare scuro della tempesta chiude il percorso del Padiglione Italia, con la speranza di una via d’uscita. E’ l’immagine della natura che riprende i suoi spazi.

 




Venerdì 25 verrà presentato il Catalogo scientifico delle collezioni del Museo Civico Gaetano Filangieri

Il Museo Filangieri, un “Palazzo che cammina”

Il Museo Civico Gaetano Filangieri fu fondato nel 1882 da Gaetano Filangieri Principe di Satriano, conoscitore erudito, collezionista e lungimirante organizzatore culturale, figlio del generale Carlo e nipote dell’omonimo filosofo autore de “La Scienza della Legislazione”. Filangieri acquistò opere d’arte in viaggiò per l’Europa, tornato a Napoli dopo molti anni nel 1878, d’intesa con il Consiglio comunale, fondò il Museo Civico, definito “una festa dell’arte antica”, per raccogliere le sue collezioni poi donate al Comune. Fu scelto il rudere, poi restaurato, di Palazzo Como, che fu spostato di venti metri per allinearlo alla via in occasione dei lavori di allargamento della via Duomo e del Risanamento. I napoletani, con quella verve che li contraddistingue, lo chiamarono subito il “Palazzo che cammina”. Fanno parte delle opere esposte sculture: armi, abiti, dipinti, mobili, tessuti e ceramiche che raccontano culture lontane come quelle orientali. Filangieri dedicò alla memoria del padre Carlo la prima sala del Museo in cui è collocato il busto del genitore realizzato dallo scultore Tito Angelini. Venerdì 25, alle ore 16.30, nell’Aula Pessina della sede centrale dell’Università di Napoli Federico II al coso Umberto I verrà presentato il Catalogo scientifico delle collezioni del Museo Civico Gaetano Filangieri di Napoli, a cura di Isabella Valente del Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università degli Studi di Napoli Federico II e edito da Editori Paparo (www.editoripaparo.com).
Il nuovo catalogo scientifico delle collezioni del Museo Filangieri – in tre prestigiosi volumi monografici – si propone di documentare, per la prima volta e in modo rigoroso, il ricco e variegato patrimonio d’arte dell’antico museo napoletano composto da circa tremila oggetti sulla scorta dei più recenti studi intrapresi negli ultimi anni da ricercatori ed esperti dei più vari ambiti del settore storico-artistico. La curatrice del Catalogo, per la cui realizzazione sono occorsi tre anni di intenso lavoro, Isabella Valente, così presenta il Museo: «Quella del Museo Civico Gaetano Filangieri è una storia lunga, piena di fascino, ma anche costellata di disavventure di varia natura. Dalla sua inaugurazione, avvenuta l’8 novembre 1888, il museo ha vissuto nel tempo periodi più o meno lunghi di chiusura e interdizione. Dapprima, la grande cesura dovuta al secondo conflitto mondiale, che, oltre ai danni alla struttura, comportò la perdita di un gran numero di opere e manufatti, distrutti nell’incendio appiccato volontariamente dai tedeschi nel 1943 al luogo di ricovero delle opere; poi, alterne vicende amministrative e gestionali, fino alla chiusura definitiva nel 1999». I successivi lavori di ristrutturazione e finalmente la riapertura nel 2012, quando furono completati gli impianti della Sala Carlo, e nel 2015, con la restituzione della Sala Agata riallestita con i dipinti restaurati, si devono a Gianpaolo Leonetti, nuovo direttore dal 2005, il quale s’impegnò anche nella ripresa amministrativa e finanziaria del Museo, il quale, ricorda la Valente : «Ci ha lasciati troppo presto, senza riuscire a vedere i concreti risultati raggiunti». Insieme alla Prof. Valente Venerdì prossimo discuteranno dell’opera, con Ermanno Corsi moderatore: Sylvain Bellenger, Enrico Colle, Arturo De Vivo, Paolo Jorio, Carlo Sisi ed il Soprintendente Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per il Comune di Napoli Luigi La Rocca che ha curato anche la prefazione. Luigi La Rocca scrive nella introduzione: «La pubblicazione di un nuovo catalogo scientifico, curato da Isabella Valente con il contributo di studiosi di straordinario valore e indiscusso prestigio, costituisce uno strumento prezioso e aggiornato per chi voglia approfondire la conoscenza delle variegate collezioni di dipinti, sculture, armi, ceramiche, mobili e tessuti del Museo Filangieri, nonché un ulteriore, importante tassello nel percorso di crescita di uno dei più antichi e amati luoghi della cultura della città di Napoli». Continua La Rocca: « Nelle premesse del Filangieri emerge chiaramente quanto, nell’attribuire al museo una funzione educativa e sociale, egli intendesse allinearsi ai principi, ancora attualissimi, che informavano la politica culturale del neonato Stato unitario, che individuava nel patrimonio culturale uno strumento per la costruzione della identità nazionale». Conclude il Soprintendente: «Dopo circa sessantanni, il nuovo, corposo catalogo, del quale gli Editori Paparo hanno curato con la consolidata professionalità la veste editoriale, frutto di un attento percorso di studi e di ricerche interdisciplinari sulle opere e sulla tormentata storia del museo e della collaborazione con il Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università degli Studi di Napoli “Federico II”, ben si inserisce in un significativo ed articolato programma di tutela, promozione del significato scientifico e di valorizzazione delle collezioni del museo, avviato in seguito alla sua riapertura al pubblico nel 2012 dopo tredici lunghi anni di chiusura, grazie all’impegno congiunto dei compianti Gianpaolo Leonetti, allora direttore, e Umberto Bile, valente funzionario della Soprintendenza. La storia più recente è quella di una profonda e consolidata sinergia tra la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per il Comune di Napoli e il museo, tradottasi in progetti ambiziosi e importanti recuperi, quali il restauro della Sala Agata, condotto in collaborazione con l’Istituto Superiore per la Conservazione ed il Restauro del MiBACT, o quello più recente del portone ligneo». Le informazioni contenute nei tre volumi del catalogo saranno disponibili nel portale dei beni culturali messo a punto dal progetto RE-MIAM (Rete dei Musei Intelligenti ad Alta Multime-dialità) di DATABENC, cosa questa che attribuisce un ulteriore valore all’opera, consentendo di diffondere il messaggio culturale a un numero più ampio di utenti.
Scrive Filangieri: “Vi sono più modi di servire il proprio paese, e fra questi non ultimo e il moderato, il tenace ricercatore di materiali storici e la critica che illustra i fatti e i monumenti; il qual lavoro se non raggiunge gli splendori dell’ambizione e della chiassosa popolarità, non manca di abnegazione di arrecare utile alla patria, forse più alle generazioni a venire che a quelle del presente” (Archivio Filangieri, Zibaldone). L’auspicio di Isabella Valente è « Che questo lavoro possa contribuire alla conoscenza e al rilancio del museo, meritevole di occupare una posizione di rilievo nello scenario dei musei napoletani, e che concorra alla sua divulgazione non soltanto presso la nostra cittadinanza, ma anche verso la comunità nazionale e quella internazionale». Le fa eco il Dr. La Rocca, secondo il quale: «La consapevolezza del valore del nostro patrimonio sotto il profilo identitario, storico, di memoria, di testimonianza, si potrà infatti trasfondere nelle comunità l’esigenza della sua conservazione, che è condizione indispensabile affinché l’attività di tutela e di salvaguardia condotta dalle istituzioni che ne hanno competenza sia veramente efficace». Oltre a Isabella Valente hanno contribuito al Catalogo: Salvatore Abita, Eduardo Alamaro, Francesca Amirante, Nadia Barrella, Angela Caròla-Perrotti, Roberto Cinquegrana, Antonella Ciotola, Renata De Lorenzo, Mauro Giancaspro, Laura Giuliano, Paolo Jorio, Gianpaolo Leonetti, Piera Leonetti, Fabio Mangone, Luca Manzo, Silvana Musella Guida, Rosa Esmeralda Partucci, Wanda Prevedello, Luisa Sefora Rosaria Puca, Mariano Saggiomo, Bianca Stranieri, Michela Tarallo, Giulia Zaccariotto.

L’evento potrà essere seguito in diretta streaming sulla piattaforma Zoom:
https://us06web.zoom.us/j/81767279992?pwd=STkveXVBRk42T29vSW9WK2NFckJHQT09

Harry di Prisco




Un Museo Forense a Santa Maria Nova. Foro Romano tra restauri di pregio e celebrazioni per Giacomo Boni.

Non è poi così frequente che nello stesso periodo un monumento diventi oggetto di una articolata serie di interventi di natura pubblica e privata, di restauro e tutela, di accurata ricerca, progettazione e allestimento, e che questi interventi siano tutti di elevatissimo pregio.

Quando questo accade a Roma, capitale di una nazione dal patrimonio artistico, storico e archeologico eccezionale, l’evento assume un rilievo che supera i confini nazionali, e acquista un interesse prioritario per il pubblico dei musei. Questo è il caso del complesso museale del Foro Romano nel Parco Archeologico del Colosseo che è stato riaperto al pubblico al termine di un ciclo di lavori che hanno visto la conclusione alla fine del 2021, nel mese di dicembre.

Così, dopo un restauro durato 15 mesi e sponsorizzato in privato dalla Maison Fendi, e che ha riguardato sia la parte architettonica e sia quella decorativa, nonché la parte relativa all’illuminazione, il Tempio di Venere – tempio che Adriano volle dedicare alla dea Venere e alla dea Roma – è di nuovo visitabile nella interezza delle sue due celle, accessibile anche nell’area della cella di Roma, per anni chiusa alla visita del pubblico.

Accanto a questo restauro, una mostra e l’allestimento di uno spazio museale, un nuovo Museo Forense, raccontano e celebrano la vita e il lavoro di Giacomo Boni (Venezia, 1859 – Roma, 1925) proprio nei luoghi nei quali l’archeologo e architetto operò principalmente, nei suoi anni romani.

Una mostra diffusa su diverse aree dei Fori, tra il complesso di Santa Maria Nova, anche nota come chiesa di Santa Francesca Romana, il Tempio di Romolo, Santa Maria Antiqua e le Uccelliere Farnesiane, zone che ruotano intorno al lavoro e ai successi di Boni che, all’inizio del Novecento, scavò nel Foro Romano e nel Palatino.

Tenere uniti la tutela e il patrimonio – spiega il Ministro della Cultura Dario Franceschini in conferenza stampa in occasione della inaugurazione dei nuovi spazi museali e di esposizione – è stato l’obiettivo di Giacomo Boni, che possiamo considerare un precursore dell’articolo 9 della nostra Costituzione. Il tutto oggi mostrato al pubblico dopo un lungo impegno, che ha visto l’utilizzo dunque, di risorse pubbliche e di contributo privato, secondo una riuscita strategia attuata dal Ministero negli ultimi anni che vede per tanti progetti la necessaria integrazione tra pubblico e privato”.

Archeologo dal metodo stratigrafico, Giacomo Boni arriva a Roma con l’esperienza dei cantieri di Venezia. Innovatore e ricercatore illuminato utilizzerà una mongolfiera per scattare immagini aeree del Foro Romano, secondo una nuova modalità di documentazione e comunicazione dello scavo, che vuole restituire con le immagini una visuale d’insieme delle scoperte e dei reperti. “Mosso da una forza che prima non avevo – dirà – mi misi in cammino. Ho nella platea del Foro tutto un libro chiuso da leggere“.

Alfonsina Russo, Soprintendente per l’Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per l’Area Metropolitana di Roma, la Provincia di Viterbo e l’Etruria Meridionale, nel corso della inaugurazione degli spazi, avvenuta il 14 dicembre 2021 sottolinea come per questo evento “il Tempio di Romolo, rappresenti il luogo nel quale si narra la vita dell’archeologo. Dove viene riproposta al pubblico una mongolfiera che imita quella usata da Boni; mentre nella seconda sezione, a Santa Maria Nova, la novità è quella di realizzare una sezione permanente, appunto il Museo Forense dove le sale possano raccontano le grandi scoperte di Boni”.

A piano terra, affacciante sul chiostro, Giacomo Boni allestì il suo Antiquarium con le scoperte degli scavi romani. Le fotografie antiche di quegli spazi sono stati il punto di partenza e di ispirazione dello studio di architettura COR arquitectos e Flavia Chiavaroli che hanno curato la progettazione per la ristrutturazione delle sale e il percorso espositivo dell’Antiquarium. All’interno dell’esposizione itinerante e diffusa nei Fori “Giacomo Boni. L’alba della modernità”, queste nuove sale ospitano la sezione relativa alla attività archeologica forense di Giacomo Boni.

Le sale si trasformano nel suo laboratorio grazie al restauro dei pavimenti policromi, già ricostruzione del Boni, delle porte e finestre di suo disegno ed alla rinnovata resa luminosa degli ambienti. Il paesaggio esterno torna così a contaminare gli spaziQuesti diventano una sequenza di “wunderkammer”, stanze delle meraviglie, che spiegano agli ospiti l’avventura di Boni all’interno del Foro attraverso un sistema espositivo integrato, che evoca il momento dei ritrovamenti, ora raccolti ed esposti, quasi fossero cristallizzati, all’interno di grandi vetro-camere luminose. Un labirinto luminoso, fatto di vetri e di luce, che posa quasi fluttuando sul nuovo pavimento chiaro e che si sviluppa attraverso 3 sezioni: Protostoria e Arcaico con il Sepolcreto; le origini di Roma; il Foro come centro politico e religioso.

Giacomo Boni riceve nei luoghi di vita e di lavoro del Foro i suoi ospiti internazionali, da Eleonora Duse a Gabriele D’Annunzio, a Colette. Viene denominato in quegli anni , “il Profeta”: Giacomo Boni è un vero e proprio “Vate”.

  1. In mostra ancora, un cortometraggio realizzato con la collaborazione con l’Istituto Luce dona al pubblico le suggestioni e l’ambiente dell’epoca. Mentre, il Museo restituisce materiali che erano nei depositi – concetto attualissimo nella politica attuale del MiC – e che vengono riportati alla pubblica funzione. La mostra è stata curata da Alfonsina Russo, Roberta Alteri, Andrea Paribeni con Patrizia Fortini, Alessio De Cristofaro e Anna De Santis. Si articola in quattro sezioni: la vita di Boni, nel Tempio di Romolo, l’attività archeologica e il Museo Forense nel Complesso di Santa Maria Nova, la scoperta della chiesa e del ciclo pittorico bizantino nella Santa Maria Antiqua e nella rampa domizianea, il contesto culturale e artistico del primo Novecento nelle Uccelliere farnesiane. La parte relativa alla esposizione temporanea, resterà aperta al pubblico dal 15 dicembre 2021 al 30 aprile 2022. Il catalogo è Electa.

Qualificano la mia fede come un’allucinazione. Amo i monumenti più di me stesso” Giacomo Boni.