Violenza sulle donne: la lotta continua

Violenza sulle donne: la lotta continua

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Walter Di Munzio

Dati, attualità e riflessioni insieme Walter Di Munzio, psichiatra di chiara fama e noto giornalista di settore

Sul Pianeta, il 35% circa delle donne ha subito una forma di violenza fisica o sessuale – di varia entità – e il 38% dei femminicidi è stato compiuto dal partner della vittima, dati Evidence Brief 2019, OMS.
Nemmeno la nostra civilissima nazione fa eccezione: i report dell’ISTAT 2015 e 2018, ci dicono che il 31,5% delle donne fra i 16 e i 70 anni è stata bersaglio di violenza fisica o sessuale e il 54,9% dei femminicidi è stato perpetrato da un marito/compagno/fidanzato oppure da un ex che non si è rassegnato a essere messo da parte.
Ciò che colpisce maggiormente è che non si tratta di violenze insensate di questo o quel singolo individuo, ma delle conseguenze di una “cultura sessista e criminale” che giustifica e “normalizza” la violenza.
Consumo di alcol e stupefacenti, stress, colpevolizzazione della vittima, malattie mentali influiscono, però dai dati ufficiali risulta che sono presenti soltanto nel 10% dei casi e possono esasperare tensioni già presenti, non esserne la causa assoluta.
Un quadro drammatico che accende i riflettori sull’Italia e chi la abita. Il Mondo. Elementi che fanno rabbrividire e dovrebbero fare riflettere tutti noi. Non soltanto in questo 25 novembre 2021, Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, designata nel 1999 su proposta degli Stati Uniti, dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite, che ha invitato i governi, le organizzazioni internazionali e le ONG a organizzare e promuovere in questo preciso giorno iniziative ed attività mirate a sensibilizzare l’opinione pubblica su questo problema (art.1/1993) che si presenta tutt’oggi di una portata agghiacciante.
Nel 2021 finora sono stati commessi 109 femminicidi…

La pandemia, poi, ha esasperato animi e situazioni già in bilico, con il lockdown, la reclusione forzata tra le mura domestiche e quindi la convivenza esasperata, lo stress, i problemi economici e per tanti anche la perdita del lavoro. Tutti fattori aggravanti che hanno spinto le Nazioni Unite a parlare di “Shadow Pandemic” ovvero “Pandemia nell’ombra”.
Nell’80% delle nazioni è notevolmente lievitato il numero delle chiamate alle helpline, nel 50% dei Paesi si è verificato un aumento delle telefonate e delle denunce alla polizia: dati dal report 30 luglio 2020, Assemblea Generale delle Nazioni Unite.
Donne che hanno provato sulla loro pelle “qualsiasi atto di violenza di genere che si traduca o possa provocare danni o sofferenze fisiche, sessuali o psicologiche alle donne, comprese le minacce di tali atti, la coercizione o la privazione arbitraria della libertà, sia che avvengano nella vita pubblica che in quella privata”.

Dietro tutto questo, sussistono antichi retaggi: basti pensare che lo stupro è diventato reato contro la persona soltanto nel 1996, mentre prima era considerato reato contro la morale pubblica. Ancora una volta, la giurisprudenza di una nazione è indicativa della mentalità della sua gente…
Anche se attualmente se ne parla sempre di più è sono attivi sempre un maggior numero di movimenti, i cambiamenti concreti tardano a giungere perché richiedono molto tempo e ancora tante battaglie dovranno essere portate avanti, finché si potrà finalmente raggiungere un risultato soddisfacente e rendere le donne di ogni continente libere dalla violenza.

Innanzitutto va precisato che nel momento in cui incomincia a emergere la violenza all’interno di una coppia si deve denunciare. Attendere è del tutto controproducente: quando viene travalicato gravemente il limite del rispetto per l’altro, non c’è speranza che si torni indietro, senza adeguati supporti specialistici. Si dovrebbe “prendere in carico, dal punto di vista medico-psicologico, la donna vittima di violenza, per avviare con lei un lavoro serio di rafforzamento della struttura personologica” – afferma il dott. Walter Di Munzio, psichiatra, direttore scientifico Fondazione CeRPS, Centro Ricerche su Psichiatria e Scienze umane.
In pratica, favorire l’aumento dell’autostima minata dagli atti di violenza sofferti e soprattutto aiutarla a superare anche i sensi di colpa, che spesso derivano dalla distorta percezione di non aver fatto/fare adeguatamente il proprio dovere, cioè quello che è stato trasmesso come tale e per cui sono state educate attraverso insegnamenti diretti o indiretti già dalla più tenera età.
“Bisognerebbe occuparsi – preferibilmente separatamente – dei maschi violenti” Come? Garantendo loro strumenti che li possano aiutare a comprendere gli errori fatti e “a ridefinire il loro ruolo e affrontare le loro insicurezze” in maniera adeguata, sollecitando quindi una presa di coscienza di quanto commesso e delle conseguenze generate. Va ricordato a tale proposito che capita spesso che gli uomini violenti siano stati a loro volta vittime di violenza in età adolescenziale.

Come individuare il tipo violento? Va chiarito che è davvero difficile per una donna comprendere che maschio ha davanti a sé, perché “frequentemente l’approccio cambia repentinamente. Anche un uomo che può apparire gentile e buono può improvvisamente virare verso comportamenti violenti, a causa di una sorta di distorsione della realtà. Questa innesca pensieri patologici di tipo paranoico: una parola, un gesto possono essere infatti vissuti come rivelatori di un retropensiero da parte della propria donna. Ciò può succedere però soltanto se era presente già prima un nucleo psicotico nell’uomo in questione, che poteva pure non essere ancora evidente. In altri casi ci si trova di fronte alle reazioni aggressive di un uomo solo e insicuro, che vede crollare tutto il mondo degli affetti e delle sudditanze che credeva di aver costruito. In queste situazioni, capita spesso che siano le persone che gravitano attorno alla donna oggetto di violenza, ad accorgersi dell’esistenza di tali pericoli, e se sono a lei legate da un rapporto di profondo affetto, in genere riescono a distinguere chiaramente gli atti di amore da quelli di possesso” che le sono riservati dal “maschio padrone” – spiega lo psichiatra.

La violenza e con essa la furia assassina finisce con il coinvolgere frequentemente anche altre persone, innanzitutto gli stessi figli della coppia: gli uomini violenti colpiscono in questo modo con precisa determinazione il bene più prezioso che una madre possa avere: i propri figli! Altre volte ad essere aggredite sono le madri perché vengono considerate complici delle proprie figlie che tentano semplicemente di proteggerle e/o di salvare.
Questa manifestazione prevaricatrice in effetti “sancisce e rivela una crisi di ruolo e un sentimento di confusione, associati alla difficoltà degli aggressori di ridefinire la propria collocazione nella società ed all’interno di un sistema di relazioni che non li vede più in posizione centrale nella rete dei rapporti familiari e sociali” – spiega lo specialista.
“Oltre che un atto di pura violenza, la furia omicida è un atto irrazionale che rasenta per un solo istante l’inconsapevolezza. Può seguire ad esso altra violenza che investe coloro che sono testimoni del proprio atto” quindi familiari, figli o altri soggetti in qualche modo vicini alla donna destinataria di violenza.

Alla base dell’insano desiderio che porta alcuni uomini a voler cancellare dal mondo la propria donna che non vuole più essere sua, privandola della vita, c’è innanzitutto “l’onnipotenza maschile che contraddistingue tutt’oggi alcuni maschi della specie umana, un sentimento sovrastrutturale di tipo culturale che deriva da un vissuto di proprietà verso la donna” – continua Walter Di Munzio,
La donna viene vista dunque come “cosa propria”, del quale il maschio sente pressante il diritto di proprietà. Quindi è convinto che le appartenga, “è sua”. Parliamo, come chiarisce Di Munzio, di “una sovrastruttura assolutamente infondata, generata da condizionamenti, spesso inculcati ai figli maschi dalle stesse famiglie, anche dalla componente materna, femminile di esse” tempi addietro, a cui “si aggiungeva a un’antica disposizione alla remissività, fortemente esistente in alcune donne per gli identici motivi”.
La famiglia e l’intera società sono state dominate per millenni in quasi tutte le civiltà dalle figure maschili, in quanto condizionate da tali atteggiamenti, derivati dalla stessa cultura e influenza socioculturale. Così è stato “fino alla rivoluzione culturale del ’68, che ha registrato l’avvio di un movimento di liberazione delle donne, unitamente ad un radicale cambiamento dei costumi che è tuttora in corso e che ha segnato una profonda crisi del ruolo maschile, vissuto con difficoltà crescente dall’uomo” che ha condotto in alcuni, principalmente “nei più fragili e negli ignoranti, una risposta violenta ad ogni azione di emancipazione femminile, fino a giungere all’aggressione violenta nei confronti di colei che si ribella al suo dominio”.
E va ricordato e attentamente valutato che l’incultura e l’incertezza dei propri obiettivi di vita, la sostanziale sfiducia nelle proprie capacità sono alla base della brama di possesso e dell’insoddisfazione che generano violenza, sofferenza, sangue, morti innocenti.

Teresa Lucianelli