Il Sebeto: Il mito di un fiume scomparso

image_print
La fontana del Sebeto, che intende simboleggiare l’antico corso d’acqua che bagnava Napoli

Tra i misteri della città di Napoli mai risolti, c’è quello del Fiume Sebeto, un lungo corso d’acqua che divideva in due la città nuova Neapolis dalla città vecchia Palepolis e del quale oggi resta solo il ricordo. Le acque del Sebeto un tempo erano abbondanti e alimentavano i mulini e le fertilissime paludi napoletane della zona orientale di Napoli dove broccoli, friarielli, insalate, basilico e prezzemolo, rucola e cicoria erano prodotte in gran quantità insieme a una varietà di ortaggi e frutta. Fino a quaranta anni fa nelle acque del Sebeto si pescava e si poteva bere; trattorie e “pagliarelle” offrivano ristoro e specialità locali ai carrettieri e agli abitanti di Napoli e dei comuni vicini che, senza doversi spostare di molto, trovavano insieme al cibo anche frescura ed allegria a buon mercato. Oggi il paesaggio della zona orientale di Napoli e dei suoi comuni limitrofi è uno dei più devastati dalle selvagge trasformazioni dell’uomo. Azioni che hanno reso il territorio irriconoscibile si sono susseguite nel tempo. Progressivamente si è assistito ad un impoverimento e all’avvelenamento delle acque, quindi alla conseguente riduzione dell’agricoltura e alla scomparsa dei mulini. Oggi il territorio porta ancora le ferite di scelte avventate e sconsiderate partorite dall’insano desiderio di speculatori e di affaristi che hanno reso ormai sterile una terra generosa e opulenta. Ora rischia di sparire per sempre, anche la memoria di questi luoghi e all’uopo si parla di un Parco del Sebeto che dovrebbe salvaguardare almeno la memoria e le ultime testimonianze di un fiume la cui storia è avvolta nell’aura del mito. Infatti, la leggenda lo voleva sposo della sirena Partenope, dalla loro unione nacque la ninfa Sebetide che andò in sposa al re di Capri: Telone. Proseguendo nella genealogi,a dai due nacque Ebalo, primo re di Partenope. A largo Sermoneta a Mergellina, c’è una bella fontana, opera di Cosimo Fanzago, raffigurante un uomo barbuto tra due tritoni con vari riferimenti acquatici: è la fontana del Sebeto e si racconta che quando due innamorati dichiarano il loro amore davanti alla fontana la loro unione rimarrà salda per sempre come lo fu quella tra il Dio Sebeto e la Sirena Partenope. La fama del fiume resta forte anche grazie alla citazione di autori come Virgilio, Polibio, Tito Livio, Strabone, Papinio Stazio, Petrarca e Boccaccio. Il nome Sebeto, risalente all’età umanistica, si deve proprio a Boccaccio (ma anche a Pontano e a Sannazzaro) fino ad allora, infatti, il fiume era chiamato Rubeolo. Da alcuni documenti emerge che nelle sue acque fu bagnato anche Masaniello, ormai cadavere che “quivi lo rizzarono, e lavato che l’ebbero al Sebeto, lo portarono a Port’Alba“. Per quanto riguarda le fonti del fiume, è possibile immaginare che esse fossero sul Monte Somma poi attraverso Tavernanova di Casalnuovo e Volla, il corso d’acqua seguitava verso Ponticelli ed entrava in città all’altezza dell’incontro fra Poggioreale e Via Traccia, infine s’inoltrava verso il Ponte della Maddalena e di lì verso Piazza Borsa, dove fin dai tempi greco – romani, si trovava l’Aquarium, cioè l’acquedotto che ha dissetato Napoli per tanti secoli. È triste sapere che laddove un tempo scorreva il Sebeto c’è solo una massa di rifiuti e detriti, anche se l’acqua è tornata a scorrere la sera del terremoto del 1980; analizzata è risultata essere di buone qualità organolettiche, solo leggermente ferrosa. Oggi, in questa zona una famiglia di contadini coltiva amorevolmente un orto alimentato dalla piccola sorgente del Sebeto, così in piena zona industriale esiste un pezzo di paesaggio agreste con galline, broccoli e acqua sorgente.

Maria Palma Gramaglia