Coronavirus: siamo ancora in guerra

Coronavirus: siamo ancora in guerra

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Italia: siamo giunti a 80539 contagiati, 8165 morti. Questo il bollettino di guerra odierno. Prosegue la carneficina, nonostante le speranze riposte in una curva discendente che ancora non giunge a rasserenare gli animi e ad evitare altre lacrime che si aggiungono alle tante già versate, e a quelle che continuiamo a versare per chi ci lascia.

Perché i caduti sul campo non si dimenticano, mai li scorderemo. Rimangono tutti nel nostro cuore, anche i tanti sconosciuti, per i quali abbiamo pregato incessantemente affinché si salvassero e per loro continuiamo a pregare affinché riposino nella pace dei cieli.

È una guerra delle più feroci quella che stiamo combattendo, per quanto chiusi in maggioranza tra le pareti domestiche, agli “arresti domiciliari”, penosi quanto indispensabili per la salute di tutti e per la vita di molti, della quale tutto siamo responsabili.

Dati di una drammaticità straziante che apprendiamo quotidianamente, nutrendo ogni volta in cuor nostro la speranza che le cifre possano bloccarsi, che non crescano più, soprattutto quelle relative ai decessi. Che non si debba più piangere per addii solitari e funerali deserti.

In questi numeri ci sono tante vite spezzate nel giro di pochi giorni, altre in settimane di agonia, moltissimi nonnini e pure giovani in ottima salute, quarantenni sportivi e aitanti, medici, infermieri, operatori sanitari, volontari caduti sul campo nel tentativo disperato di salvare quante più vite possibile, senza risparmiarsi, spesso sprovvisti pure dei presidi essenziali per ridurre almeno il pericolo di contagio, laddove neppure una mascherina idonea riescono ad avere… Uomini e donne di fede, badanti, farmacisti, addetti sociosanitari, ai servizi pubblici, alle pulizie, ecc.

Tutte persone appartenenti a categorie ora più che mai attive e presenti in prima linea a servizio della comunità. Lavoratori che continuano a lavorare e a rischiare – salvo rare eccezioni che non meritano neppure menzione – Soli a sostenere l’insostenibile, proprio come negli ospedali da campo al fronte, sottoposti a turni di lavoro massacranti, disumani, distrutti ancora più che dalla fatica, dall’ansimare disperato dei pazienti e dai singhiozzi dei familiari delle vittime, che dopo tanto sperare ricevono notizie da gelare il sangue, senza poter vedere più i propri cari, parlar loro, senza poterli onorare e accompagnare nell’ultimo viaggio terreno.

Il virus non si ferma davanti a nulla, tantomeno dinanzi a un camice.

Una sola speranza dà forza a ciascuno, pure a chi ha perduto gli affetti principali: che questa epidemia si fermi, pur considerando che nulla sarà più come prima, niente potrà esserlo. Lo sappiamo. Noi stessi non saremo più quelli di prima. Chissà quando ritorneremo a potere compiere i tanti piccoli gesti quotidiani come un caffè in compagnia, un rito per noi del Sud e per l’Italia intera e buona parte del Pianeta. Una passeggiata con gli amici, guardando il nostro magnifico mare che appare come un’immensa distesa di lacrime in questi giorni di disperazione. Una festa vissuta con spensieratezza. Un compleanno in famiglia, la solennità di un matrimonio, la gioia immensa di un battesimo…

Quando potremo tenere nuovamente tra le braccia i nostri cari e soprattutto i cuccioli di famiglia, godere dei loro baci, ridere della pastina tra i capelli che ogni neonato destina a chi lo imbocca, suscitando l’ilarità collettiva e suggellando un indelebile meraviglioso ricordo? Felicità.. la vera felicità! Quella che pensavamo ci appartenesse di diritto e ci è stata rubata. Quella della quale abbiamo il diritto di riappropriarci e chissà quando potremo farlo, tra strascichi e contagi di ritorno che seguiranno all’emergenza in atto.

Ma noi non demordiamo. Noi siamo meridionali, inguaribili romantici, ottimisti, cantanti e musicisti nati, artisti e cuochi, scienziati e matematici, innamorati della vita, sempre pronti a far festa in ogni situazione. Ma non in questa.. ora non si può davvero.

Per ora dobbiamo accontentarci delle videochiamate e del sapere – ciò che più conta – che i nostri familiari, gli amici stretti, stanno bene. Ed è già tanto.

Chissà quando potremo riunirci nuovamente e riusciremo a guardarci ancora negli occhi senza avere l’uno paura dell’altro. Quanto tempo dovrà passare per poterci nuovamente baciare? Per affetto, per amore, per tenerezza, per amicizia, per solidarietà, per cordialità?

Soprattutto noi, gente del Sud, siamo carnali. I nostri sentimenti siamo abituati a esprimerli con una intensa carica emotiva, con una forte gestualità: per noi, non abbracciarci è una tortura.. peggio, è una condanna a morte!

Ma non è il momento, ora non si può; se amiamo il nostro cari e il nostro Prossimo, ora non dobbiamo. Non possiamo assolutamente!

Per fermare il virus e tornare a vivere senza temere di avere nuovamente paura, ci dobbiamo imporre saggiamente di restare a casa.

Chiusi tra le pareti ma liberi di ricordare e di sognare nuove emozioni e gioie che ci auguriamo possano essere prossime e che lo saranno, se ciascuno s’impegnerà con maturità e comportamento responsabile.

Stringiamoci l’uomo all’altro virtualmente e aiutiamoci come sempre a vicenda. Appelliamoci al nostro ottimismo proverbiale e non smettiamo mai di sperare, convinti che passerà presto. Uniamoci in un unico immenso sforzo in un eccezionale impegno collettivo, affinché tutto questo strazio finisca subito e, sulle nostre vite, dopo tanto buio, torni a splendere nuovamente il sole, il nostro sole, quello che nessuno potrà toglierci mai!

Teresa Lucianelli