Army – A Forza di Fuoco, sincretismo e ferite aperte

Sette tracce ben confezionate, compongono il nuovo lavoro di Armando Fusco, in arte Army, intitolato “A Forza di Fuoco”. L’album parte in quarta, con “In misura totale”, perfetto singolo radiofonico, che vortica intorno ad atmosfere new wave anni 80, imbevute di synth e drum machine, che strizza l’occhio ad alcune produzioni a firma Franco Battiato. La stratificazione del suono è curata e interessante, come d’altronde ci si aspettava da Army. Molto più leggera, ma comunque interessante, “Fading Love”, cantato in inglese e molto più danzereccia, in cui un leit-motiv ipnotico attraversa l’intero brano, rendendolo senza dubbio uno dei punti di forza dell’intero lavoro. La title track dell’album, “A Forza di Fuoco”, è forse il brano più curato dell’intero lavoro: senza fretta, porta allo scoperto ferite post-moderne, mostrandosi al tempo stesso introspettivo ma “pop” (nel termine più elevato del termine), riesce ad attuare un sincretismo attuale tra musica e testo, con una cura doviziosa dei particolari e della pasta sonora.
In sintesi: vi è stata senza dubbio una evoluzione senza pari, rispetto ai precedenti lavori (seppur di spessore) dell’artista che, di sicuro, non è ancora arrivato al suo limite.




Radical Kitsch, “Limo”: sconsigliato agli amanti delle banalità

E’ tutt’altro che semplice descrivere Limo, album dei Radical Kitsch (Giovanni Conforti, voce e autore di testi e melodie, Francesco Capriello, piano, e Gianluca Capurro, chitarre): si tratta infatti di un lavoro irriverente, sornione e difficilmente ascrivibile ad una definita schematizzazione di genere. Di sicuro, comunque, ricercato e interessante.

Il disco si presenta subito nel migliore dei modi, con Demodé – il brano con “un tocco in più”, quello da cui è tratto anche il primo video (http://www.youtube.com/watch?v=Zhm_s5RfzcE), il cui testo e le ambientazioni musicali riconducono in qualche modo a quella “accidia” degna dell’inferno dantesco richiamato nel titolo del cd – e prosegue, con altri nove brani, senza cadere nel vortice delle banalità.

Un lavoro all’ascolto del quale difficilmente si riesce a premere stop prima del termine, se non altro (e questa potrebbe essere una buona motivazione per gli ascoltatori poco convinti) per la curiosità circa quello che potrebbe accadere nella traccia successiva.

Non c’è dubbio, infatti, che “Limo” (all’interno del quale trovano spazio anche Daniele Sepe e Capone e BungtBangt, oltre al “tocco” di Eddie Kramer, già  fonico di Jimmy Hendrix, Led Zeppelin, Rolling Stones e David Bowie, solo per citarne alcuni) sia un album “strano”, probabilmente anche difficile da comprendere. Ed è per questo che non ci si può fermare al primo impatto. E’ pop ed è rock, è trash e colto, è glam ma non disdegna affatto incursioni nel reggae, nel rocksteady o nella musica cantautoriale, da cui attinge a piene mani anche senza  – ma di questo non ne siamo sicuri – l’intenzione di dichiararlo apertamente.  E’, infine, italiano, inglese e napoletano, vedi “Spartacus (Shot gun)”.
Insomma un “minestrone” ben riuscito e dal sapore della maturità per un gruppo, oramai sulle scene da oltre dieci anni, che riesce ad affrontare tematiche anche serie (ad esempio il lavoro, come in “Mario col metano”) con il ghigno beffardo stampato sul volto.
Consigliato a chi ama leggere tra le righe.




Recensione Onirica – Come è bella la mia gioventù (Bulbart)

Sono tratti delicati ma decisi, quelli che gli Onirica hanno usato per dipingere sull’immensa tela costituita da Come è bella la mia gioventù che segna, dopo Carillon ’65 ed Io vengo dalla polvere da sparo (a cui partecipò Andrea Zanichelli de Il Nucleo), una vera e propria svolta nella tecnica compositiva e nell’espressione artistica della band partenopea. Una spettacolare copertina (quanto mai azzeccata e che fornisce il perfetto collegamento tra la forma d’arte fotografica e quella musicale) rappresentante una foto d’epoca, riesce ad evocare sensazioni e stati d’animo pronti ad esplodere subito dopo aver premuto il pulsante play. E basta già il primo brano, nonché singolo dell’album, intitolato “Il grande freddo dell’autunno 2005” a far intendere il primo segno di distacco dalle sonorità post-rock dei lavori precedenti, in funzione di una linea più cantautoriale, senza però rivoluzionare completamente la sofficità glaciale del sound di qualche anno fa. Storie che si mescolano e che si rincorrono, tra esperienze personali e motivi universali in un processo induttivo ma paradossalmente razionale,  a comporre un quadro particolare che però, senza troppo sforzo, appartiene un po’ a tutti, in ogni luogo ed in ogni epoca. E così storie apparentemente intime diventano racconti globali (Canzone per Papà), raffigurazioni di un epoca racchiuse in esperienze di singoli; viceversa, quelli che sembrano ricordi di un passato generazionale assumono i connotati di un diario (La guerra). Gli strascichi di un passato comune sono così rappresentati in una dimensione atomica ma condivisa, avvalorata da un’alchimia di suoni evocativa ma “neorealista”. Un album da ascoltare con calma e senza invertire l’ordine delle tracce onde evitare qualsiasi buco narrativo: i 10 brani, infatti, sembrano davvero raccontare la storia e l’esperienza di un ventennio grigio ma con uno spruzzo di speranza color azzurro acquerello, come quello del penultimo booklet.