Bullismo: Spopolano i ragazzi violenti, non ci sono più i bulli di una volta

Bullismo: Spopolano i ragazzi violenti, non ci sono più i bulli di una volta

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E con l’ultimo episodio di Napoli si torna a parlare di ragazzi difficili. 

Involuzione preoccupante di un fenomeno giovanile.

E proprio l’altra notte sono stati gambizzati due giovanissimi a Napoli. Due minori di 14 e 15 anni, feriti alle gambe da colpi di arma da fuoco. Ai Carabinieri hanno raccontato di essere stati vittime di un tentativo di rapina nella zona del rione Sanità.
Non si è escludono regolamenti di conti tra baby-gang locali o addirittura un agguato.
Ora sono diventati veri criminali: un tempo i ragazzini prepotenti deridevano la compagna considerata brutta o il coetaneo più debole. Oggi invitano le vittime a suicidarsi, accoltellano per rubare un telefono o fanno rapine.
Emergenza sanitaria e lockdown, secondo gli esperti avrebbero dato un’accelerazione al dilagante fenomeno della violenza che ha per autori e spesso pure per vittime i minori.
Non chiamiamoli più bulli, tale termine sarebbe infatti inappropriato. Qui non siamo più davanti al ragazzino che ruba la merendina o deride il compagno grassottello, comportamento senza
dubbio da condannare, orribile, crudele, ma mai quanto il picchiare un coetaneo
fino al punto di togliergli la vita o quasi, allo scopo di sottrargli il portafogli o lo smartphone o soltanto per sfogare
noia e rabbia.
Quella smania di litigare e picchiare che, ad esempio, induce, le baby gang di diverse città italiane, composte da adolescenti di ambo i sessi, a seminare il terrore con pestaggi, scippi, rapine, aggressioni con bottiglie di vetro e bastoni. Per i più grandicelli di loro vengono disposti, qualora fermati, gli arresti domiciliari perché “la spiccata capacità di delinquere fa ritenere probabile che prima o poi la stessa potrebbe portare alla commissione di
qualche episodio criminale ben più grave”. Insomma, se fino agli anni scorsi, prima dell’avvento dell’epidemia che ha stravolto le nostre esistenze, non facevamo altro che parlare di bullismo, indicandolo quale cancro da estirpare in particolare dall’ambiente scolastico, oggi la vera piaga è molto più angosciante e serpeggia ovunque, soprattutto nelle strade delle grandi città italiane, da Nord a Sud.
Non solo Napoli, quindi.
Si tratta di una esasperazione radicata e incontenibile che spinge i teenager a fare e farsi male. È il trionfo di una cultura che disprezza la vita e anche l’altro, entrambi sacrificabili poiché privi di valore, ma questo è pure il culto della forza bruta, considerata quale unico mezzo per farsi valere, farsi ascoltare, ritagliarsi un posto nel mondo sfidando il prossimo, annullandolo. È la prima spia di un malessere che da poco ha iniziato ad emergere, dopo mesi e mesi di chiusure, quarantena, zone rosse che si alternano a zone arancioni, divieti su divieti, limitazioni, obblighi, impedimenti. Ed ecco che il bulletto evolve, anzi involve, in delinquente, in criminale, in rapinatore, in teppista, in assassino.
Certo, non si può puntare il dito soltanto contro il lock-down. Eppure è evidente che, lì dove germinava la violenza, l’isolamento sociale che ha caratterizzato l’ultimo anno ha agito come fosse un fertilizzante. E poi, un bel dì, quella stessa violenza esplode. E oggi volgiamo lo sguardo quasi con rimpianto a quegli episodi di bullismo che, in fondo, hanno segnato l’infanzia e l’adolescenza di molti di noi, inducendoci al pianto, provocandoci una sofferenza che ci sembrava assoluta, ma altresì fortificandoci. Ora ci appare innocente, se rapportato ai fanciulli che adesso se ne vanno in giro con il coltello in tasca, quel compagno di classe che ci lanciava aeroplanini o che ci prendeva in giro per il nostro aspetto, magari per un corpo ancora non sviluppato o per un corpo sviluppatosi troppo precocemente.
Ben diverso dai quindicenni, poco più o poco meno che creano a ripetizione gruppi su Whatsapp, includendo altri amici, al fine di ingiuriare e deridere la vittima di turno.
O quelli che per ammazzare il tempo girano in tutte le ore del giorno e della notte a fare bravate, “tarantelle” e rapine.
Le vittime di atti di bullismo prima di chiedere aiuto e sporgere denuncia alla polizia postale come giusto che sia, vengono insultate o anche esortate al suicidio dai suoi persecutori. “Ucciditi sotto ad un treno”… . Le probabilità che questa condotta vessatoria e prevaricatrice sfoci in atti delittuosi più pesanti sono concrete oltre che altissime.
Ecco perché è giusto prevenire: scuola, servizi socio-educativi, agenzie, parrocchie, centri sportivi e associazioni per arginare il fenomeno.
Nei casi più gravi chiedere l’intervento dei Servizi sociali territoriali per la promozione della mediazione e l’inserimento in percorsi volti a far comprendere il disvalore sociale e penale delle azioni.
Una sorta di “giustizia riparativa”, che induce il reo a mettersi nei panni della vittima, capendo le conseguenze delle sue azioni e il dolore che esse producono. Attraverso questi meccanismi è ancora possibile recuperare gli adolescenti che, soli e trascurati, scelgono la devianza e il non rispetto delle regole: è opportuno invece insistere indicando loro la luminosa via della legalità, affinché la società intera non si privi della sua parte migliore.

Ennio Silvano Varchetta