All’Istituto Padula una riflessione su bullismo e le nuove generazioni: problematiche, critiche, suggerimenti

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NAPOLI. Il bullismo è un fenomeno studiato all’interno del contesto scolastico, dalle scuole primarie a quelle superiori. Si tratta di prepotenze persistenti che un gruppo attua verso uno specifico soggetto spesso vulnerabile per etnia, identità sessuale, aspetto fisico o condizione psicofisica. La composizione del gruppo prevede un leader, il bullo, i sostenitori e gli spettatori.
Se n’è parlato il 12 aprile u.s. presso l’Istituto Padula di Pianura Napoli. A fare gli onori di casa e porgere i saluti iniziali le titolari Dr.sse Luana ed Emanuela Padula, l’introduzione ai lavori e il coordinamento del convegno, sono stati a cura del prof. Ennio Silvano Varchetta; l’intervento cardine con la presentazione del libro  è stato tenuto dallo scrittore Roberto Bratti che ha dato alla giovane platea una serie di esaurienti messaggi sul delicato tema.

Gli interventi sono stati focalizzati sulla prevenzione che può essere operata a livello scolastico e nei contesti educativi. E’ stato spiegato che per ciò che attiene alle azioni di bullismo, solitamente di rilevanza non penale, spesso messe in atto da soggetti non imputabili, l’intervento possibile riguarda l’adozione di misure quali provvedimenti disciplinari. La prevenzione può e dovrebbe essere svolta a partire dalle scuole ed a seguire dalla famiglia e dalla società stessa. L’obiettivo deve essere la responsabilizzazione dei ragazzi che significa incrementare la loro capacità di mettersi al posto dell’altro per comprendere le conseguenze delle azioni commesse. Si tratta di attivare la loro capacità riflessiva e di autoregolazione del comportamento.

Chi è vittima del cyberbullismo invece viene punito due volte. La prima durante l’aggressione, la seconda quando è messo alla berlina sul web, dove è bullo non solo chi attacca ma anche chi alimenta quel comportamento, avallandolo, per esempio, con un ‘mi piace’.
Nel cyberbullismo a cambiare è il palcoscenico, che diventa multimediale, globalizzato. Il numero degli spettatori è ovviamente enorme rispetto a quello che potrebbe essere il numero di chi assiste in una piazza, a scuola, o in palestra.
Qui possiamo considerare bulli gli stessi spettatori che cliccano ‘mi piace’ a un’offesa: cioè coloro che non sono in grado di colpire da soli, ma diventano bulli nel momento in cui alimentano quella determinata condotta, approvandola. In questo contesto, il bullo diventa leader della rete, quasi come se fosse un esempio positivo per gli altri ragazzi. Inoltre, il bullismo tradizionale ha dei tempi ben definiti: termina a un certo punto della giornata. Non tanto interiormente per la vittima, quanto esternamente. Mentre i ‘cyberbullizzati’ vengono attaccati tutto il giorno. Basti pensare che, i ragazzi entrano online circa 150 volte al dì, quindi in media una volta ogni sei minuti. Quasi una copertura delle 24 ore. Ciò significa che per loro le vessazioni non finiscono mai.
Qual è la prima forma di aiuto?
È fondamentale recuperare l’autostima del ragazzo/a. Perché generalmente le vittime si percepiscono inadeguate. Credono di essersi meritate ciò che stanno subendo, per il loro carattere, o il modo in cui vestono, e via discorrendo. Il recupero riguarda anche il tono di voce, perché spesso i bullizzati hanno una voce bassa e tremula e sono poco diretti quando parlano; la postura, solitamente raccolta.
Tutto ciò prevede dei tempi, ma se si interviene a tempo e soprattutto in modo adeguato, la vita normale riprende il suo corso e di quei terribili vissuti resta solo il ricordo.

A cura del Prof.  ENNIO S. VARCHETTA