Procida (Na): si è rinnovata ieri la tradizione processione del Venerdì Santo

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NAPOLI – Ieri, venerdì 30 marzo,  si è rinnovata, come accade da decenni, la tradizione della processione del Venerdì Santo sull’isola di Procida. Sull’isola da mesi stanno lavorando per la costruzione dei «Misteri», carri allegorici con scene bibliche, tramandata da secoli. I carri dei Misteri sono progettati e ralizzati nel corso dell’anno, grazie a legno, carta pesta e polistirolo dai ragazzi dell’isola che poi li porteranno lungo le vie di Procida. La loro realizzazione avviene all’interno degli ampi locali dell’ex carcere di Terra Murata e subito dopo la processione sono smontati o addirittura distrutti. Creatività e fantasia sono alla base di queste opere legate al mondo religioso delle feste pasquali isolane, realizzazioni che possono raggiungere anche discrete dimensioni fino ad arrivare a 4 metri di altezza! Ma al di là delle misure, è l’atmosfera che si respira nel borgo di pescatori di una volta, nella sincera emozione che trapela nei gesti dei confratelli e dei concittadini, a far sentire il profondo senso religioso dell’evento pasquale anche al più distratto dei turisti!All’alba un suono di tromba che richiama il lamento di chi piange si accompagna a tre colpi di tamburo che cadono ritmicamente, inaugurando un’atmosfera fortemente suggestiva. Prima dell’alba inizia la veglia funebre del “Cristo morto”, la statua lignea che lo rappresenta viene collocata nel centro della chiesa di San Tommaso D’Aquino sede della Congrega dei Turchini. Alle 7 e 30 il corteo dei giovani maschi dell’isola sfila indossando la classica «veste» di confratello turchino (una tunica bianca con cappuccio e una mantellina blu) e percorre le principali strade dell’isola. Il suono della tromba e dei tamburi scandisce il ritmo dei passi di chi trasporta i carri allegorici, i famosi «misteri». Quando la musica tace i confratelli intonano il Salve Cristi vulnera, la loro voce si affievolisce lungo il cammino: la via Crucis simboleggia la “discesa” di Cristo che attende la resurrezione.

Luigi Borrone