“Il Palazzo del Diavolo” di Adriana Capogrosso

Napoli ospita una fra le più importanti e fiorenti società degli inferi: la BAD Company SpA. La sede è sita nel famoso ‘Palazzo del Diavolo’, un edificio costruito nel 1406 da Ladislao D’Angiò Durazzo ma che la leggenda attribuisce all’opera di Satana in persona. Il successo della società si fonda su logiche di mercato innovative e moderne. Nell’era della massima corruzione delle anime, l’opera dei demoni non risiede più nella tentazione ma nella promessa della definitiva distruzione della coscienza umana. La vicinanza e la perfetta integrazione e convivenza fra gli uomini e gli operatori degli inferi è tale da rendere questi ultimi assolutamente indistinguibili. È in questo bizzarro e incredibile contesto che Doretta, la protagonista de ‘Il Palazzo del Diavolo’, gioca a scoprire la verità su un caso oscuro risalente al 1960. Una lettera indirizzata ad un barone giunge per errore fra le sue mani. Ne legge il contenuto e decide di fare chiarezza perché troppe cose non tornano. Così, inizia a investigare. Forte, però, soltanto della sua logica sgangherata, fatalmente oscillante fra una religiosità popolare e un’incrollabile fiducia nel destino, la donna diventerà l’impotente protagonista di una serie di vicende oscure e di torbide verità. Un noir anticonvenzionale, atipico, nel quale il destino dell’antieroe, inattendibile e inutilmente tragico, diventa l’emblema di un’epoca malata. La rappresentazione del lato oscuro dell’esistenza e della natura umana avviene attraverso il racconto di avventure che appartengono alla modesta epica degli uomini comuni. Lo specchio dell’uomo è il Male che gioca con la sua immagine ancestrale: il diavolo in carne e ossa. La narrazione, leggera e intrisa di ironia, oscilla fra un piano di realtà, la Napoli contemporanea con la sua bellezza, i suoi difetti, la sua gente, e un piano surreale/magico, i diavoli che vivono e pensano come gli esseri umani.